Omelie - BastaBugie.it

Omelia VI Dom. di Pasqua - Anno A (Gv 14,15-21)

7 min · 6. maj 2026
episode Omelia VI Dom. di Pasqua - Anno A (Gv 14,15-21) cover

Beskrivelse

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8529 [https://www.bastabugie.it/8529] OMELIA VI DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 14,15-21) di Don Stefano Bimbi   Siamo nel Tempo di Pasqua, un tempo in cui la Chiesa non smette di contemplare la presenza viva di Cristo risorto e di imparare cosa significa davvero vivere da cristiani nel mondo. Il Vangelo di questa sesta domenica ci presenta un discorso intimo di Gesù ai suoi discepoli, poche ore prima della Passione: parole che non sono teoria, ma consegna di vita. Gesù afferma: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Non dice: "Se osservate i comandamenti, allora mi amerete", ma il contrario. Il punto di partenza non è lo sforzo morale, ma l'amore. La vita cristiana nasce da una relazione viva con Cristo. Quando uno ama davvero, non sente i comandamenti come un peso, ma come la strada concreta per non tradire quell'amore. Se una persona dice di amare, ma poi vive ignorando sistematicamente la volontà dell'altro, quell'amore è solo a parole. Così è anche con Dio. Qui è illuminante una parola di Sant'Agostino: «Ama e fa' ciò che vuoi». Non è un invito a fare quello che ci pare, ma l'esatto contrario: se ami davvero Dio, la tua volontà sarà trasformata e non potrai volere ciò che lo contraddice. Questo ha conseguenze molto pratiche. Pensiamo alla vita quotidiana: alla fedeltà nei piccoli doveri, alla pazienza in famiglia, alla sincerità sul lavoro, alla purezza nei pensieri e negli sguardi. Non sono semplicemente "regole da rispettare", ma modi concreti per dire a Cristo: "Ti voglio bene davvero". Se invece riduciamo la fede a qualche momento di preghiera e poi nella vita facciamo come ci pare, stiamo riducendo la religione a semplice pratica religiosa. Subito dopo Gesù promette un dono speciale, lo Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito» (Gv 14,16). Non siamo lasciati soli a vivere il Vangelo. Dio stesso viene ad abitare in noi per renderci capaci di vivere da figli. Senza lo Spirito Santo, i comandamenti restano un ideale troppo alto, mentre con Lui diventano una vita possibile. Questo significa che il cristiano non è uno che si arrangia con le sue forze, ma uno che impara a lasciarsi guidare. Nella pratica vuol dire, ad esempio, fermarsi prima di una decisione e imparare ad ascoltare la coscienza. Per questo occorre cercare momenti di silenzio in cui Dio possa parlare. Vuol dire soprattutto riconoscere che certe battaglie interiori non si vincono solo con la volontà, ma invocando lo Spirito Santo. NON VI LASCERÒ ORFANI (Gv 14,18) La prima lettura (At 8,5-8.14-17) ci offre un'immagine molto concreta dell'importanza dello Spirito Santo. I Samaritani accolgono la Parola di Dio con gioia e poi ricevono lo Spirito Santo attraverso l'imposizione delle mani degli apostoli. Questo ci ricorda che la fede non è mai solo un fatto individuale: passa attraverso la Chiesa, cioè attraverso il suo insegnamento e l'amministrazione dei sacramenti. Nella vita quotidiana non si può vivere una fede "fai da te", ma occorre rimanere uniti alla Chiesa, seguire l'esempio dei santi, nutrire l'anima con i sacramenti, lasciarsi guidare da un padre spirituale. È così che lo Spirito Santo agisce davvero e trasforma la vita. Gesù aggiunge infine una parola consolante: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18). Il cristiano può attraversare prove, incomprensione e solitudine, ma non è mai abbandonato. Il Risorto è presente, anche quando non si vede. Il problema è che spesso noi misuriamo la presenza di Dio con le emozioni: se sento qualcosa, allora Dio c'è, ma se non sento nulla, allora non c'è o non gli interessa la mia vita. Ma la fede è più profonda dei sentimenti. Nella vita concreta questo si traduce in atti di fedeltà e ubbidienza anche quando è difficile. Continuare a pregare quando non se ne ha voglia, fare il bene quando non si vede risultato, comportarsi secondo giustizia quando sarebbe più comodo cedere. È lì che si vede se crediamo davvero che non siamo orfani. Infine Gesù dice: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama... e io mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Qui c'è una promessa straordinaria: chi vive seriamente il Vangelo sperimenta una conoscenza di Cristo che non è solo intellettuale, ma spirituale e profonda. Ordinariamente non si tratta di visioni o cose straordinarie, ma di una certezza e di una pace interiore che non viene mai meno. Allora la direzione è chiara: non aspettare di "sentire di più" per vivere meglio la fede, ma vivere meglio già adesso per conoscere di più Cristo. È facendo la volontà di Dio che si entra nel suo mistero. PRONTI SEMPRE A RISPONDERE (1Pt 3,15) La seconda lettura ci ricorda che per fare la volontà di Dio occorre anche essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La fede non è qualcosa da tenere solo per sé o da vivere in modo vago e sentimentale. È una verità che va conosciuta, approfondita, studiata. Se non conosciamo bene ciò che crediamo, difficilmente sapremo rispondere quando qualcuno ci mette in discussione, e rischiamo di ridurre tutto a opinioni personali. Invece il cristiano è chiamato anche a un impegno serio nello studio della dottrina cattolica: il Catechismo, la Sacra Scrittura, l'insegnamento della Chiesa. Questo non per diventare polemici, ma per poter dare una testimonianza chiara, ragionevole, capace di illuminare anche gli altri. Una fede ignorante è fragile, mentre una fede formata diventa capace di fare apologetica, cioè difesa razionale della fede. Pensiamo, ad esempio, a San Giustino Martire. Era un uomo colto e un filosofo che non si accontentò di una fede superficiale. Cercò la verità con tutta la sua intelligenza e, una volta incontrato Cristo, dedicò la sua vita a spiegare e difendere la fede cristiana davanti a un mondo ostile. Non si limitò a credere nel cuore, ma studiò, approfondì, dialogò, rispose alle accuse. E proprio per questa fedeltà alla verità arrivò fino al martirio. In lui vediamo cosa significa davvero essere "pronti a rispondere": una fede conosciuta, amata e difesa dagli attacchi. Questa domenica ci chiede una verifica semplice e concreta: il mio rapporto di amore con Gesù è fatto di parole o di scelte concrete? Lo Spirito Santo ha spazio nella mia vita o faccio tutto da solo? So dare ragione della mia fede oppure no? Credo davvero che non sono orfano, oppure vivo come se tutto dipendesse da me per poi sentirmi solo? Se prendiamo sul serio queste domande, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato non passerà invano, ma diventerà stimolo per la conversione e indicazione pratica per una vita nuova.

Kommentarer

0

Vær den første til at kommentere

Tilmeld dig nu og bliv en del af Omelie - BastaBugie.it-fællesskabet!

Kom i gang

1 måned kun 9 kr.

Derefter 99 kr. / måned · Opsig når som helst.

  • Podcasts kun på Podimo
  • 20 lydbogstimer pr. måned
  • Gratis podcasts

Alle episoder

306 episoder

episode Omelia Corpus Domini - Anno A (Gv 6,51-58) cover

Omelia Corpus Domini - Anno A (Gv 6,51-58)

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8567 [https://www.bastabugie.it/8567] OMELIA CORPUS DOMINI - ANNO A (Gv 6,51-58) di Don Stefano Bimbi   Dopo aver riflettuto e celebrato domenica scorsa il mistero della Santissima Trinità, oggi è la volta del Corpus Domini, la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo. Non ricordiamo soltanto un gesto compiuto da Gesù duemila anni fa durante l'Ultima Cena che anticipava il sacrificio della croce. Oggi adoriamo una presenza: Gesù Cristo è realmente presente nell'Eucaristia con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Nel Vangelo abbiamo ascoltato parole che scandalizzarono molti ascoltatori di Gesù: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6,55). Quasi tutti i discepoli, dopo averle sentite, se ne andarono. Se Gesù avesse voluto parlare soltanto in senso simbolico, avrebbe avuto l'occasione perfetta per spiegarsi meglio e richiamarli indietro, ma non lo fece. Anzi lasciò che se ne andassero, perché stava annunciando una verità fondamentale della fede: nell'Eucaristia non riceviamo un simbolo, ma riceviamo Lui stesso. Per comprendere la grandezza di questo dono dobbiamo ricordare una verità che spesso dimentichiamo. Noi abbiamo bisogno di nutrire il corpo per vivere, ma abbiamo bisogno di nutrire anche l'anima. Quando una persona trascura il cibo per molti giorni, il corpo si indebolisce. Allo stesso modo, quando trascura l'Eucaristia, l'anima perde forza spirituale. Si continua magari a respirare fisicamente, ma si diventa sempre più fragili davanti alle tentazioni, sempre meno capaci di pregare, di perdonare, di amare. Nella prima lettura Mosè ricorda al popolo d'Israele il lungo cammino nel deserto e la manna che Dio fece scendere dal cielo. Quella manna era un segno che preparava un dono infinitamente più grande. La manna sosteneva la vita del corpo per qualche giorno, mentre l'Eucaristia sostiene la vita soprannaturale e prepara alla vita eterna. Per questo Gesù dice: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58). Pensiamo adesso a quanto sia sorprendente il modo scelto da Dio per restare con noi. Avrebbe potuto scrivere un libro come hanno fatto i grandi filosofi del passato, ma non lo ha fatto: ha scelto invece di farsi cibo. L'amore tende sempre all'unione: una madre desidera stare vicino al figlio piccolo, due sposi desiderano vivere insieme nell'intimità. Gesù ha trovato nell'Eucaristia il modo più intimo possibile per unirsi a noi. Proprio perché crediamo che nell'Ostia consacrata sia realmente presente il Signore dell'universo, dobbiamo interrogarci anche sul modo in cui ci accostiamo alla Santa Comunione. La Chiesa oggi permette di ricevere l'Eucaristia anche sulla mano nonostante questo rimanga un abuso liturgico. Infatti per molti secoli i cristiani hanno ricevuto il Signore esclusivamente sulla lingua, proprio per evidenziare che l'Eucaristia non è un pane qualsiasi. Ricevere la Comunione sulla lingua manifesta nel modo più eloquente possibile che non siamo noi a prendere Cristo, ma è Cristo che si dona a noi. E come una mamma imbocca il suo piccolo, così fa con noi la Chiesa, nostra madre. Inoltre ogni Ostia consacrata può lasciare piccoli frammenti che, per quanto minuscoli, contengono realmente Gesù Cristo. Quando si riceve la Comunione sulla lingua si riduce al minimo il rischio che questi frammenti rimangano sulle mani o cadano a terra. Se crediamo veramente alla Presenza Reale, anche il più piccolo frammento merita il massimo rispetto e la massima attenzione. Proprio per questo la Chiesa, per ridurre a zero il rischio della perdita di frammenti, ha reso obbligatorio l'uso del piattino tutt'ora in vigore. Anche la postura del corpo ha la sua importanza. Il corpo educa l'anima e manifesta ciò che crediamo. Per questo la tradizione della Chiesa ha sempre considerato particolarmente significativa la Comunione ricevuta in ginocchio. Non perché Dio voglia umiliarci, ma perché siamo noi ad avere bisogno di esprimere umiltà e adorazione. Quando un uomo si inginocchia riconosce che davanti a lui c'è qualcuno più grande. Pensiamo ai giapponesi che si inginocchiano davanti al loro imperatore come segno di rispetto. Se gli uomini mostrano tanta riverenza davanti a un'autorità terrena, quanto più dovremmo mostrarla davanti a Gesù Cristo, Re dei re e Signore dei signori, realmente presente nell'Ostia consacrata. In ginocchio davanti all'Eucaristia non perdiamo la nostra dignità, ma semplicemente riconosciamo la verità: Dio è Dio e noi siamo sue creature amate. È diritto del fedele ricevere la Comunione sulla lingua e in ginocchio, mentre il sacerdote potrebbe rifiutarsi di darla in mano se pensasse che c'è il rischio di profanazione. In questo la Chiesa dimostra la sua preferenza per la comunione ricevuta sulla lingua e in ginocchio. Inoltre se crediamo davvero che Gesù è presente nel tabernacolo, allora non possiamo considerare la chiesa come un luogo qualsiasi. All'ingresso e quando si passa davanti al tabernacolo occorre fare la genuflessione che, tra l'altro, è obbligatoria. Il ginocchio destro a terra dimostra di aver capito che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10). Detto tutto questo non bisogna però dimenticare che l'Eucaristia produce i suoi frutti soltanto se viene accolta con fede e con umiltà. Non basta fare la Comunione materialmente e con rispetto esteriore. Ricevere correttamente il corpo di Cristo non autorizza a ritenersi superiori agli altri o a criticare il sacerdote, a rischio di scadere nella superbia. Per ricevere il Corpo di Cristo occorre non solo un corretto comportamento esteriore, ma soprattutto avere un'anima preparata. Per questo la Chiesa ci insegna la necessità della Confessione quando siamo consapevoli di aver commesso un peccato mortale. Nessuno si presenterebbe a un ricevimento importante con vestiti sporchi e trasandati. Quanto più dobbiamo presentarci con il cuore purificato quando andiamo incontro al Re dell'universo. L'Eucaristia poi non termina quando finisce la Messa. Gesù che riceviamo sull'altare deve trasformare la nostra vita quotidiana. Se ci nutriamo di Cristo, dobbiamo imparare a ragionare, parlare ed amare come Lui. Una persona che riceve la Comunione e poi conserva rancori per anni, sparla continuamente degli altri o vive nell'egoismo assomiglia a un malato che prende la medicina, ma rifiuta di seguire le altre prescrizioni del medico. Il Signore vuole trasformarci dall'interno per sostenerci nel cammino della vita. Pensiamo a una madre stanca che continua a servire la propria famiglia con amore o un marito che sopporta con pazienza un momento difficile nel matrimonio. Oppure a un giovane che rinuncia a un peccato per restare fedele al Vangelo o un anziano che offre le proprie sofferenze senza lamentarsi continuamente. In tutte queste situazioni l'Eucaristia diventa forza concreta per vivere cristianamente. La festa di oggi ci invita anche a riscoprire l'adorazione eucaristica. Molti cristiani hanno trovato davanti al Santissimo la luce per le decisioni difficili, la forza nelle prove e la pace nelle sofferenze. San Giovanni Maria Vianney raccontava che un contadino passava ore davanti al tabernacolo. Quando gli chiese cosa facesse tutto quel tempo, rispose semplicemente: "Io guardo Lui e Lui guarda me". Questa è la fede che la Chiesa ci invita a rinnovare oggi: davanti all'Eucaristia non vediamo una cosa, un ricordo o un simbolo, ma adoriamo una Persona viva che è Dio stesso. Chiediamo allora al Signore la grazia di partecipare alla Messa con più fede e attenzione, di accostarci al Corpo di Cristo con tutta la riverenza possibile e di sostare più spesso in adorazione davanti al tabernacolo. Quanto più ci avvicineremo all'Eucaristia, tanto più Cristo vivrà in noi. E quando Cristo abita in noi la nostra vita cambia davvero ed è allora che possiamo dire con San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

I går9 min
episode Omelia Santissima Trinità - Anno A (Gv 3,16-18) cover

Omelia Santissima Trinità - Anno A (Gv 3,16-18)

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8553 [https://www.bastabugie.it/8553] OMELIA SANTISSIMA TRINITA' - ANNO A (Gv 3,16-18) di Don Stefano Bimbi   La solennità della Santissima Trinità ci mette davanti al mistero più grande della nostra fede: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre dèi, ma un solo Dio in tre Persone distinte, unite da un amore perfetto ed eterno. Dio non è una solitudine, ma una comunione di amore. Ogni volta che facciamo il segno della croce entriamo dentro questo mistero. Lo facciamo spesso in modo distratto, quasi meccanico, e invece stiamo pronunciando il nome stesso di Dio, il cuore della fede cristiana. Il Vangelo di oggi ci porta al centro del mistero della Trinità attraverso una frase che forse conosciamo troppo bene e che rischiamo di ascoltare senza stupore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Qui Gesù ci svela il vero volto di Dio che non è un padrone freddo e lontano, ma un Padre che ama fino al dono totale. Ama così tanto il mondo da donare il Figlio. E Lui accetta liberamente di venire nel mondo, di caricarsi dei nostri peccati, di morire sulla croce per salvarci. Dietro tutta la storia della salvezza c'è questo amore infinito che unisce il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Gesù però ci mette anche davanti a una verità seria: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato» (Gv 3,18). Non significa che Dio gode nel condannare qualcuno. Significa che l'uomo può sottrarsi all'amore di Dio. La condanna nasce dal rifiuto della luce. È come una persona che sta per morire e, pur avendo davanti una medicina capace di guarirla, si ostina a non prenderla. Cristo è la salvezza del mondo, ma Dio non costringe nessuno ad accogliere il suo amore. UN'IMMAGINE... ILLUMINANTE A questo punto occorre chiederci: cosa significa concretamente dire che Dio è uno e trino? Significa che Dio è un'unica natura divina, un unico Dio, ma in tre Persone realmente distinte. Il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito Santo, eppure ciascuno è pienamente Dio. Il Padre genera eternamente il Figlio; il Figlio è eternamente generato dal Padre; lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come vincolo di amore eterno. Non ci sono tre volontà contrapposte o tre divinità separate. C'è una perfetta unità di amore e di vita. Naturalmente questo supera la nostra intelligenza. Se Dio fosse completamente comprensibile alla nostra mente, non sarebbe Dio. Però possiamo avvicinarci al mistero con alcune immagini che ci aiutano. La Trinità assomiglia a una candela accesa: ci sono la cera, lo stoppino e la fiamma. Sono realtà distinte, ma formano un'unica candela. La cera rappresenta il Padre, l'origine e la sostanza da cui tutto ha inizio. Lo stoppino rappresenta il Figlio (Gesù), generato dalla cera, che incarna la sostanza e si offre per far risplendere la luce. La fiamma rappresenta lo Spirito Santo, il calore e la luce che scaturiscono continuamente dall'unione tra la cera e lo stoppino. Certamente ogni esempio è limitato e non riesce a spiegare perfettamente Dio, ma serve a capire che distinzione e unità possono stare insieme senza contraddizione. La Trinità non è un rompicapo teologico per specialisti. È la verità che illumina tutta la nostra vita. Se Dio è comunione di amore, allora anche noi siamo fatti per amare e per vivere relazioni vere. Ecco perché il peccato mortale è sempre una rottura della comunione: con Dio, con gli altri e persino con noi stessi. LA TRINITÀ ILLUMINA LA VITA CRISTIANA La Trinità illumina anche la famiglia. Quando in una casa ciascuno pensa solo a sé stesso, quando si vive di orgoglio, ripicche e silenzi pieni di rancore, quella casa si spegne. Quando invece ci si ascolta, ci si perdona, ci si dona tempo e pazienza, allora quella famiglia diventa un piccolo riflesso della vita di Dio. Nessuna famiglia è perfetta, ma ogni famiglia può diventare scuola di comunione. Anche nella vita quotidiana spesso viviamo come se Dio fosse una entità generica e lontana da noi. Ci basiamo solo sui nostri calcoli, ci affidiamo solo alle nostre forze. Invece il cristiano vive immerso nella Trinità. Il Padre ci custodisce con la sua Provvidenza anche quando non comprendiamo tutto. Il Figlio cammina accanto a noi nelle fatiche e nelle croci. Lo Spirito Santo ci dà luce nei momenti di confusione e forza quando siamo stanchi o tentati. Pensiamo a quante volte nella giornata abbiamo bisogno della presenza di Dio: quando dobbiamo trattenere una parola cattiva, quando occorre pazienza con una persona difficile, quando ci sentiamo scoraggiati, quando dobbiamo prendere una decisione importante. Invocare e affidarsi alla Trinità non è una devozione astratta. È entrare nella sorgente dell'amore e della pace. I santi avevano una familiarità profonda con questo mistero. Non pretendevano di capire tutto con la ragione, ma adoravano con umiltà. Il vero problema oggi non è che Dio sia troppo misterioso; il problema è che spesso abbiamo perso il senso dell'adorazione. Viviamo in un mondo che vuole spiegare e controllare tutto. Ma davanti alla Trinità impariamo che Dio non si possiede, ma si contempla e si ama. Per questo la Chiesa oggi non ci invita tanto a "capire" la Trinità, quanto a vivere della Trinità. Ogni Messa inizia e finisce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ogni battesimo ci immerge nella Trinità. Ogni preghiera autentica nasce dallo Spirito, passa attraverso il Figlio e sale al Padre. E allora oggi possiamo chiederci con sincerità: la mia fede è soltanto un'abitudine oppure una relazione viva con Dio? Quando faccio il segno della croce lo faccio con profondo rispetto oppure in fretta? La mia vita assomiglia almeno un poco alla comunione e all'amore che esistono in Dio? La Santissima Trinità ci ricorda che all'origine di tutto non c'è il caso, ma un Dio che ci ama di un amore eterno. E il destino ultimo della nostra vita non è il nulla, ma entrare per sempre dentro quell'amore infinito del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

26. maj 20267 min
episode Omelia Pentecoste - Anno A (Gv 20,19-23) cover

Omelia Pentecoste - Anno A (Gv 20,19-23)

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8549 [https://www.bastabugie.it/8549] OMELIA PENTECOSTE - ANNO A (Gv 20,19-23) di Don Stefano Bimbi   Nel giorno di Pentecoste la Chiesa contempla il compimento della Pasqua. Gesù non è soltanto risorto ed asceso al cielo, ma continua ad agire nella storia donando il suo Spirito Santo. Senza, il cristianesimo diventerebbe soltanto un insieme di idee, di ricordi o di regole morali. Con lo Spirito Santo, invece, Cristo vive dentro di noi e la Chiesa diventa realmente il suo Corpo vivente nel mondo. Gli Apostoli, prima della Pentecoste, erano uomini impauriti. Avevano visto il Risorto e ascoltato le sue parole, eppure rimanevano nel cenacolo con le porte sbarrate. Quante volte pure noi andiamo a Messa e preghiamo in famiglia, ma poi viviamo chiusi nella paura del futuro, di soffrire, del giudizio degli altri, di testimoniare la fede. Lo Spirito Santo entra proprio dentro queste porte chiuse. Gesù non aspetta che gli Apostoli diventino forti da soli, ma è lui a trasformarli soffiando su di essi dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo». Quel soffio richiama il gesto della creazione: Dio aveva plasmato Adamo dalla polvere e aveva soffiato in lui il respiro della vita. Ora Cristo risorto compie una nuova creazione. Lo Spirito Santo non migliora semplicemente l'uomo vecchio, ma crea l'uomo nuovo. Il cristiano non cerca soltanto di "comportarsi bene", ma lascia entrare Dio dentro di sé per trasformare la propria vita. Per questo è sbagliato ridurre la fede a uno sforzo personale. Siamo tentati di sforzarci di essere più pazienti, buoni e generosi, ma poi ci scoraggiamo perché vediamo sempre gli stessi difetti. Invece la Pentecoste ci insegna che la santità nasce anzitutto dalla presenza di Dio in noi, non dal nostro sforzo. È lo Spirito Santo che produce i suoi frutti nell'anima: pace, gioia, fortezza, dominio di sé, carità. Certo, è necessaria la nostra collaborazione, ma il protagonista è Dio. LA LAMPADINA E LA CORRENTE Pensiamo ad una lampadina: può essere perfetta, ben costruita, elegante, ma senza corrente rimane spenta. Così è la nostra anima senza lo Spirito Santo. Possiamo avere cultura, capacità, perfino una certa religiosità esteriore, ma senza il soffio di Dio manca la luce vera. E questo si vede concretamente nella vita quotidiana. Una persona piena di Spirito Santo non è necessariamente straordinaria agli occhi del mondo, ma è una persona che porta pace. In famiglia non alimenta continuamente tensioni. Sul lavoro non vive di rivalità o orgoglio. Nelle difficoltà non cade nella disperazione e, anche quando soffre, conserva una sorprendente serenità. Per capire se lo Spirito Santo sta agendo in una determinata realtà bisogna considerare che la sua prima opera è unire. A Babele gli uomini, pieni di superbia, non si comprendono più e le differenti lingue manifestano tale divisione. A Pentecoste, invece, uomini di popoli diversi comprendono tutti il medesimo annuncio. Lo Spirito Santo crea comunione. Invece il demonio lavora sempre per dividere: all'interno della famiglia, nel gruppo di amici, nelle parrocchie, persino dentro il cuore dell'uomo, mettendolo continuamente in contraddizione con se stesso. Quando vediamo nascere pettegolezzi, fazioni, rancori ostinati, freddezza e sospetto, lì lo Spirito Santo è stato ignorato. È importante allora domandarsi: io costruisco comunione oppure semino divisione? Le mie parole portano pace oppure veleno? A volte basta poco per spegnere lo Spirito: una critica continua, un giudizio cattivo, un'ironia pungente, il gusto di parlare male degli altri. In tante occasioni il clima diventa pesante non per grandi tragedie, ma per piccole ferite ripetute ogni giorno. IL CORAGGIO DELLA TESTIMONIANZA La seconda opera dello Spirito Santo è il coraggio della testimonianza. Gli Apostoli escono dal cenacolo e annunciano Cristo senza vergogna. Oggi molti cristiani vivono una fede nascosta, quasi chiedendo scusa di credere. Si ha paura di apparire "troppo cattolici". Eppure il mondo non ha bisogno di cristiani timidi, ma di cristiani luminosi. Non aggressivi e fanatici, ma neppure muti. Un padre che insegna ai figli a pregare, una madre che perdona e incoraggia, un giovane che non si vergogna di difendere la Chiesa, una persona che difende la verità senza conformarsi al pensiero dominante: questi sono i segni concreti della Pentecoste. Infine il Vangelo collega il dono dello Spirito al perdono dei peccati. Non è un dettaglio secondario. Dove arriva lo Spirito Santo nasce la misericordia. L'uomo vecchio conserva rancore, mentre l'uomo nuovo impara a perdonare. A volte diciamo: "Io non ce la faccio". È vero. Da soli spesso non ce la facciamo. Ma lo Spirito Santo può rendere possibile anche ciò che umanamente sembra impossibile. Ci sono persone che per anni hanno vissuto nell'odio e poi, aprendosi alla grazia di Dio, hanno ritrovato pace e libertà. La Pentecoste allora non è soltanto il ricordo di un evento passato. È una domanda rivolta a ciascuno di noi: vuoi davvero lasciare entrare lo Spirito Santo nella tua vita? Perché non si impone, ma entra dove trova una porta aperta. E quando entra trasforma lentamente tutto: il modo di guardare, di parlare, di soffrire, di amare. Trasforma perfino le ferite in occasione di grazia. Chiediamo oggi al Signore di non essere cristiani spenti, abitudinari, stanchi, ma uomini e donne abitati dallo Spirito Santo. Perché il mondo non sarà convertito da strategie umane, ma dal fuoco di Dio che arde nel cuore dei santi.

19. maj 20267 min
episode Omelia Ascensione - Anno A (Mt 28,16-20) cover

Omelia Ascensione - Anno A (Mt 28,16-20)

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8530 [https://www.bastabugie.it/8530] OMELIA ASCENSIONE - ANNO A (Mt 28,16-20) di Don Stefano Bimbi   L'Ascensione del Signore potrebbe sembrare, a prima vista, una festa di distacco: Gesù sale al cielo e si allontana dai suoi discepoli. In realtà è il contrario. È la festa della presenza nuova di Cristo, una presenza non più limitata a un luogo o a un tempo, ma capace di raggiungere ogni uomo, in ogni parte del mondo e in ogni epoca. Per questo gli Apostoli, dopo l'Ascensione, non tornano a Gerusalemme disperati, ma pieni di gioia. Hanno capito che Gesù non li ha abbandonati. È entrato nella gloria del Padre per restare con loro in un modo ancora più profondo. L'Ascensione conclude la missione terrena di Cristo e inaugura la missione della Chiesa. Gesù sale al cielo non per disinteressarsi della terra, ma per regnare come Signore della storia. Noi spesso immaginiamo il cielo come un luogo lontano, quasi irraggiungibile. In realtà il cielo è la vita stessa di Dio e Cristo vi entra con la sua umanità glorificata. Questo significa che la nostra natura umana è già entrata nel Paradiso. Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, siede alla destra del Padre. E allora anche tutti noi abbiamo una speranza concreta: non siamo destinati al nulla, ma alla gloria eterna. Questa verità cambia il modo di vivere le cose quotidiane. Quando un cristiano affronta una sofferenza, una malattia, una delusione familiare o un fallimento, non ragiona più pensando soltanto a questa terra, ma ha lo sguardo rivolto al cielo. Certo, il dolore è reale, ma non ha più l'ultima parola. Nemmeno la morte ha l'ultima parola. Oggi invece molti vivono schiacciati da preoccupazioni immediate: il lavoro, i soldi, la salute, il giudizio degli altri. Tutto sembra decisivo, assoluto. Eppure Gesù ci insegna a tenere il cuore rivolto verso l'alto. Questo non vuol dire disprezzare la vita sulla terra, ma vivere senza diventare schiavi delle cose che passano. ANDATE E FATE DISCEPOLI TUTTI I POPOLI Gli Apostoli, però, ricevono anche un comando preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). L'Ascensione non è una fuga dal mondo, ma anzi è l'inizio della missione. Il cristiano non può ridurre la fede a qualcosa di privato da vivere solo in casa propria o in chiesa. Se Cristo è veramente risorto ed è il Signore, allora questa verità deve raggiungere tutti. Oggi invece molti cattolici vivono una fede timida, quasi vergognosa. Hanno paura di parlare di Dio, di difendere la verità del Vangelo, di mostrarsi cristiani nell'ambiente di lavoro, a scuola o perfino in famiglia. Si preferisce tacere per non essere giudicati. Ma gli Apostoli, dopo l'Ascensione, fanno esattamente il contrario: escono allo scoperto. Prima erano impauriti, chiusi nel cenacolo; dopo diventano coraggiosi perché hanno fatto esperienza nella loro vita che Cristo è vivo. Anche nella vita quotidiana ci sono tante occasioni semplici per testimoniare la fede. Un genitore che insegna ai figli a pregare e li porta alla Messa domenicale sta già evangelizzando. Un giovane che, quando è con gli amici, non si vergogna di fare il segno della croce al ristorante prima del pasto compie una piccola testimonianza pubblica. Una persona che rifiuta compromessi disonesti sul lavoro per restare fedele alla coscienza annuncia Cristo con i fatti. Spesso pensiamo che evangelizzare significhi fare cose straordinarie, ma il primo apostolato passa dalla coerenza della vita. IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO Gesù promette: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non dice: "Vi ricorderò", ma "sono con voi". È presente nella sua Chiesa, nel Vangelo, nei sacramenti, specialmente nell'Eucaristia. Quando entriamo in chiesa davanti al tabernacolo non siamo davanti a un simbolo, ma davanti a Cristo vivo. Quante volte però viviamo come se Dio fosse assente. Ci agitiamo, ci scoraggiamo, perdiamo la pace, perché ci dimentichiamo della sua presenza reale. L'Ascensione allora ci invita a vivere con uno sguardo nuovo. I piedi restano sulla terra, ma il cuore deve essere orientato al cielo. Il cristiano non fugge dalle responsabilità quotidiane, anzi le vive meglio, perché sa che ogni gesto può avere un valore eterno. Una ragazza che arriva vergine al matrimonio, una madre che cresce con amore i figli, un anziano che offre con pazienza la propria solitudine, un lavoratore che svolge con onestà il proprio dovere, un malato che unisce le sue sofferenze a quelle di Cristo: tutto può diventare strada verso il Paradiso. San Filippo Neri era un sacerdote allegro, pieno di umanità, capace di scherzare e stare in mezzo alla gente. Dentro il suo cuore ardeva continuamente il desiderio del Paradiso. Ripeteva spesso: "Paradiso, Paradiso!". Non lo diceva per evadere dalla realtà, ma perché aveva capito che tutto passa e che solo Dio resta. Proprio per questo sapeva amare meglio le persone concrete che aveva davanti. Ai giovani insegnava a vivere con gioia, ma senza attaccarsi alle cose del mondo. Diceva: "State buoni, se potete", ricordando che la santità non consiste in cose straordinarie, ma nel vivere ogni giorno con il cuore rivolto a Dio. San Filippo aveva già il cuore in cielo mentre camminava per le strade di Roma. E questo gli dava una libertà interiore impressionante: non cercava successo, approvazione o potere, perché sapeva che la vera patria è lassù. In conclusione la festa dell'Ascensione ci ricorda che il cristianesimo non è soltanto una morale o un insieme di valori, ma un fatto soprannaturale. Cristo è veramente risorto, veramente asceso al cielo e ci sta preparando un posto. Per questo la Chiesa continua a guardare verso l'alto con speranza. In un mondo spesso ripiegato sulle cose materiali e immediate, il cristiano è chiamato a ricordare che siamo fatti per il cielo e che soltanto Dio può colmare il desiderio profondo del cuore umano.

12. maj 20268 min
episode Omelia VI Dom. di Pasqua - Anno A (Gv 14,15-21) cover

Omelia VI Dom. di Pasqua - Anno A (Gv 14,15-21)

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8529 [https://www.bastabugie.it/8529] OMELIA VI DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 14,15-21) di Don Stefano Bimbi   Siamo nel Tempo di Pasqua, un tempo in cui la Chiesa non smette di contemplare la presenza viva di Cristo risorto e di imparare cosa significa davvero vivere da cristiani nel mondo. Il Vangelo di questa sesta domenica ci presenta un discorso intimo di Gesù ai suoi discepoli, poche ore prima della Passione: parole che non sono teoria, ma consegna di vita. Gesù afferma: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Non dice: "Se osservate i comandamenti, allora mi amerete", ma il contrario. Il punto di partenza non è lo sforzo morale, ma l'amore. La vita cristiana nasce da una relazione viva con Cristo. Quando uno ama davvero, non sente i comandamenti come un peso, ma come la strada concreta per non tradire quell'amore. Se una persona dice di amare, ma poi vive ignorando sistematicamente la volontà dell'altro, quell'amore è solo a parole. Così è anche con Dio. Qui è illuminante una parola di Sant'Agostino: «Ama e fa' ciò che vuoi». Non è un invito a fare quello che ci pare, ma l'esatto contrario: se ami davvero Dio, la tua volontà sarà trasformata e non potrai volere ciò che lo contraddice. Questo ha conseguenze molto pratiche. Pensiamo alla vita quotidiana: alla fedeltà nei piccoli doveri, alla pazienza in famiglia, alla sincerità sul lavoro, alla purezza nei pensieri e negli sguardi. Non sono semplicemente "regole da rispettare", ma modi concreti per dire a Cristo: "Ti voglio bene davvero". Se invece riduciamo la fede a qualche momento di preghiera e poi nella vita facciamo come ci pare, stiamo riducendo la religione a semplice pratica religiosa. Subito dopo Gesù promette un dono speciale, lo Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito» (Gv 14,16). Non siamo lasciati soli a vivere il Vangelo. Dio stesso viene ad abitare in noi per renderci capaci di vivere da figli. Senza lo Spirito Santo, i comandamenti restano un ideale troppo alto, mentre con Lui diventano una vita possibile. Questo significa che il cristiano non è uno che si arrangia con le sue forze, ma uno che impara a lasciarsi guidare. Nella pratica vuol dire, ad esempio, fermarsi prima di una decisione e imparare ad ascoltare la coscienza. Per questo occorre cercare momenti di silenzio in cui Dio possa parlare. Vuol dire soprattutto riconoscere che certe battaglie interiori non si vincono solo con la volontà, ma invocando lo Spirito Santo. NON VI LASCERÒ ORFANI (Gv 14,18) La prima lettura (At 8,5-8.14-17) ci offre un'immagine molto concreta dell'importanza dello Spirito Santo. I Samaritani accolgono la Parola di Dio con gioia e poi ricevono lo Spirito Santo attraverso l'imposizione delle mani degli apostoli. Questo ci ricorda che la fede non è mai solo un fatto individuale: passa attraverso la Chiesa, cioè attraverso il suo insegnamento e l'amministrazione dei sacramenti. Nella vita quotidiana non si può vivere una fede "fai da te", ma occorre rimanere uniti alla Chiesa, seguire l'esempio dei santi, nutrire l'anima con i sacramenti, lasciarsi guidare da un padre spirituale. È così che lo Spirito Santo agisce davvero e trasforma la vita. Gesù aggiunge infine una parola consolante: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18). Il cristiano può attraversare prove, incomprensione e solitudine, ma non è mai abbandonato. Il Risorto è presente, anche quando non si vede. Il problema è che spesso noi misuriamo la presenza di Dio con le emozioni: se sento qualcosa, allora Dio c'è, ma se non sento nulla, allora non c'è o non gli interessa la mia vita. Ma la fede è più profonda dei sentimenti. Nella vita concreta questo si traduce in atti di fedeltà e ubbidienza anche quando è difficile. Continuare a pregare quando non se ne ha voglia, fare il bene quando non si vede risultato, comportarsi secondo giustizia quando sarebbe più comodo cedere. È lì che si vede se crediamo davvero che non siamo orfani. Infine Gesù dice: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama... e io mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Qui c'è una promessa straordinaria: chi vive seriamente il Vangelo sperimenta una conoscenza di Cristo che non è solo intellettuale, ma spirituale e profonda. Ordinariamente non si tratta di visioni o cose straordinarie, ma di una certezza e di una pace interiore che non viene mai meno. Allora la direzione è chiara: non aspettare di "sentire di più" per vivere meglio la fede, ma vivere meglio già adesso per conoscere di più Cristo. È facendo la volontà di Dio che si entra nel suo mistero. PRONTI SEMPRE A RISPONDERE (1Pt 3,15) La seconda lettura ci ricorda che per fare la volontà di Dio occorre anche essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La fede non è qualcosa da tenere solo per sé o da vivere in modo vago e sentimentale. È una verità che va conosciuta, approfondita, studiata. Se non conosciamo bene ciò che crediamo, difficilmente sapremo rispondere quando qualcuno ci mette in discussione, e rischiamo di ridurre tutto a opinioni personali. Invece il cristiano è chiamato anche a un impegno serio nello studio della dottrina cattolica: il Catechismo, la Sacra Scrittura, l'insegnamento della Chiesa. Questo non per diventare polemici, ma per poter dare una testimonianza chiara, ragionevole, capace di illuminare anche gli altri. Una fede ignorante è fragile, mentre una fede formata diventa capace di fare apologetica, cioè difesa razionale della fede. Pensiamo, ad esempio, a San Giustino Martire. Era un uomo colto e un filosofo che non si accontentò di una fede superficiale. Cercò la verità con tutta la sua intelligenza e, una volta incontrato Cristo, dedicò la sua vita a spiegare e difendere la fede cristiana davanti a un mondo ostile. Non si limitò a credere nel cuore, ma studiò, approfondì, dialogò, rispose alle accuse. E proprio per questa fedeltà alla verità arrivò fino al martirio. In lui vediamo cosa significa davvero essere "pronti a rispondere": una fede conosciuta, amata e difesa dagli attacchi. Questa domenica ci chiede una verifica semplice e concreta: il mio rapporto di amore con Gesù è fatto di parole o di scelte concrete? Lo Spirito Santo ha spazio nella mia vita o faccio tutto da solo? So dare ragione della mia fede oppure no? Credo davvero che non sono orfano, oppure vivo come se tutto dipendesse da me per poi sentirmi solo? Se prendiamo sul serio queste domande, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato non passerà invano, ma diventerà stimolo per la conversione e indicazione pratica per una vita nuova.

6. maj 20267 min