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In vetta senza limiti, cosa perdiamo se lo sport diventa smart

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Billede af episoden In vetta senza limiti, cosa perdiamo se lo sport diventa smart

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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8629 [https://www.bastabugie.it/8629] IN VETTA SENZA LIMITI, COSA PERDIAMO SE LO SPORT DIVENTA SMART di Roberto Marchesini   Nella storia dello sci non agonistico sono avvenuti due eventi che hanno cambiato in modo radicale e definitivo il volto di questa pratica: il primo è stato il fenomeno Tomba (Alberto). Con la sua incredibile serie di altrettanto incredibili vittorie ha reso lo sci - uno sport che fino ad allora era d'élite - uno sport di massa. Da un giorno all'altro, centinaia di migliaia se non milioni di italiani che non avevano mai toccato la neve si sono catapultati sulle piste da sci con materiali e abbigliamento «top di gamma», facendo dello sci un fenomeno di moda. Il secondo evento è stato l'avvento dello sci carving, ossia - come si diceva ai tempi - "sciancrato". Con questa innovazione tecnica, chiunque può curvare in modo "pulito", conducendo la curva; risultato che prima, con sci lunghi due metri e praticamente dritti era prerogativa di pochissimi esperti. Chiariamolo: quello che rendeva lo sci una pratica d'élite non era il costo, decisamente inferiore all'attuale. Era l'ascesi. Riuscire a condurre una curva lasciando sulla neve due binari perfettamente paralleli, in qualsiasi pendenza e condizione di neve, era una faccenda che richiedeva anni e anni di pratica, affinamento della sensibilità, la ricerca della "curva perfetta", e fame, freddo, sonno, fatica. UNA FACCENDA PER POCHI Così era l'arrampicata: una faccenda per pochi personaggi con caratteristiche - non fisiche, ma caratteriali - particolari. Anche in questo caso, arrampicare era più una filosofia, che uno sport. Se una volta le "palestre d'arrampicata" erano pareti di roccia in montagna, ora sono pareti di cemento armato con appigli di plastica, di diversi gradi di difficoltà. Il rischio è praticamente azzerato. Tant'è vero che c'è qualcuno che "schioda" le pareti, perché «l'arrampicata deve essere elitaria». Stessa cosa vale l'alpinismo. La pratica d'élite per eccellenza è diventata anch'essa turistica, "di massa". Si parla di rifugi trattati come alberghi o ristoranti, bivacchi pieni di rifiuti e devastati, di overtourism (in montagna!). La sicurezza (materiali, GPS...) e il confort (parcheggi, funivie...) ha permesso a chiunque di avere accesso all'alta montagna senza alcuna preparazione, né rispetto. Anche in questo caso, emerge timidamente il discorso del "limite": «Arrivare con la macchina il più in alto possibile e sdraiarsi con la copertina su un prato a fare un pic-nic non è vivere la montagna, ma passare del tempo in ambiente montano. La montagna è bella proprio perché pone ognuno di noi davanti a un limite, che è quello delle proprie capacità. Il grande alpinista ha un limite molto alto, la persona che va in montagna per la prima volta ha un limite molto basso, e in mezzo c'è tutto l'universo» (Lo Scarpone. Portale del Club Alpino Italiano). IL CICLISMO Vogliamo poi parlare del ciclismo? Anche il ciclismo ha avuto il suo "Tomba": si chiamava Marco Pantani. Grazie a lui l'Italia ha riscoperto il ciclismo e si è incollata al televisore per seguire Giro e Tour. Ma, nonostante Pantani, il ciclismo non è diventato "di massa", e per un motivo molto semplice: anche se seguitissimo, continuava a restare uno sport d'élite: fatica, sudore, polvere, la conquista di ogni pedalata. Poi è arrivata la tecnologia, la e-bike. E, a questo punto, i passi dolomitici, le vette rese celebri dal Giro d'Italia sono diventate accessibili a tutti. L'ascesa non era più una questione di ascesi; era diventata democratica, alla portata di tutti. In definitiva, la parabola che unisce lo sci carving, le e-bike e le pareti di plastica non è solo una questione di evoluzione tecnica o di flussi turistici: è il ritratto della nostra società contemporanea. Abbiamo barattato l'ascesi con l'accessibilità, convinti che eliminare la fatica, azzerare il rischio e democratizzare l'ascesa fosse una conquista di civiltà. Ma il prezzo di questo scambio si è rivelato altissimo: la perdita della nostra stessa umanità. Quando tutto diventa a portata di mano, quando il denaro e la tecnologia rimuovono l'ostacolo, rimuovono anche l'occasione per confrontarci con la nostra fragilità, con l'umiltà del fallimento, con il senso del limite. Curvare senza saper sciare, raggiungere una vetta senza averne conosciuto il silenzio e il timore: ci priva di quella pratica quotidiana che educherebbe l'anima alla pazienza, alla virtù, alla contemplazione. E così siamo diventati, da esploratori, consumatori: collezioniamo cime come fossero prodotti, esperienze a rischio zero, paesaggi che non riescono più a toccare la nostra sensibilità interiore. Siamo, ormai, solo turisti che si atteggiano ad asceti.

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Tre ragazzini vendono limonata e vengono denunciati

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8638 [https://www.bastabugie.it/8638] TRE RAGAZZINI VENDONO LIMONATA E VENGONO DENUNCIATI di Alessandro Bonelli   A Pradamano, piccola città alle porte di Udine, tre amici di 13 e 14 anni (ancora senza smartphone, complimenti sinceri ai genitori) hanno fatto qualcosa di semplice ma, visti i tempi, rivoluzionario. Invece di passare le vacanze scrollando su Instagram hanno costruito un banchetto nel cortile di casa vicino alla piazza del paese e hanno messo in vendita limonata fresca, caffè, acqua e pasticcini. Lo scopo? Mettere da parte qualche soldo e comprarsi un vecchio Piaggio Ciao, il motorino che ha fatto sognare generazioni intere e che è praticamente sconosciuto alla maggior parte dei loro coetanei. I ragazzi si svegliavano anche alle cinque del mattino per preparare tutto e per guadagnare qualche soldino anziché mettere il broncio ai genitori nel tentativo di farsi dare da loro l'ammontare per l'acquisto del Ciao. E stava anche funzionando: in pochi giorni avevano raccolto circa cento euro. L'iniziativa aveva chiaramente causato l'ilarità e la simpatia della cittadinanza come esempio di spirito d'intraprendenza, di sana voglia di fare rimboccandosi le maniche e guadagnando in autonomia. Un esempio, in altre parole, di libertà. Poi è arrivato qualcuno che invece di sorridere e di comprare una limonata o più banalmente di passare oltre facendo spallucce, ha deciso di presentare addirittura una denuncia formale. Chiaramente ai giovani mancavano le autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande. Così la polizia locale è intervenuta (pare scusandosi...) e ha ammonito i tre ragazzi. Fine della storia, fine del sogno. Questa storiaccia è lo specchio di un Paese che si prende troppo sul serio, nel quale tre adolescenti che vendono limonata nel cortile di casa vengono trattati come se gestissero un ristorante clandestino. Una nazione dove l'individuo medio storce il naso pure davanti a una piccola attività di giovani che muovono i primi passi nel mondo e allora, applicando la tanto amata burocrazia e i numerosi interminabili regolamenti, schiaccia ciò che un tempo era banale normalità. Intere generazioni di ragazzi hanno venduto i propri giocattoli, bevande o dolci fatti in casa per comprarsi la bici o il motorino, coltivando peraltro il modo più semplice e più educativo di imparare il valore del lavoro e del sacrificio. Oggi invece si privilegia la sanzione, persino a dei tredicenni, rispetto allo spirito. Si fa perdere ai ragazzi il più banale briciolo di spirito d'iniziativa economica che in un paese che insegue ancora il sogno del posto fisso sarebbe ossigeno puro. E si premia, di fatto, chi non fa niente del suo tempo libero. I tre amici non stavano rubando né stavano mettendo a rischio la salute pubblica. Stavano solo cercando di realizzare un piccolo sogno senza pesare sulla famiglia. Uno di loro ha detto di non aver avuto paura quando sono arrivati i vigili, ma di essere rimasto molto dispiaciuto: "Pensavo fosse una bella cosa e volevo andare avanti". Stiamo esplicitamente dicendo ai giovani che è meglio stare sul divano, chiedere soldi ai genitori o aspettare che qualcuno gli regali qualcosa, piuttosto che fare qualcosa di concreto. Grazie al cielo la comunità sta reagendo. Molti si sono mobilitati, qualcuno ha già offerto contributi, i genitori stanno valutando una raccolta fondi. Non perché i ragazzi debbano ricevere un regalo ma perché il loro sforzo con i tempi che corrono merita di essere riconosciuto. E a chi ha segnalato questa attività manco fosse uno smercio di contrabbando non si può che dire: ripigliati! Nota di BastaBugie: Giuliano Guzzo nell'articolo seguente dal titolo "Denuncia a tre ragazzini per un banchetto di limonata (ovvero il buon senso in vacanza)" parla della gara di solidarietà che ha suscitato questo spiacevole episodio. Ecco l'articolo completo pubblicato sul sito del Timone l'8 agosto 2026: Poche cose possono strappare un sorriso come l'immagine di tre ragazzini di età compresa tra i 13 e i 14 anni che allestiscono un banchetto, chiamandolo Ai tre amici, per vendere limonata al fine di potersi acquistare un ciclomotore Ciao. Così, purtroppo, non l'ha pensata qualche zelantissimo abitante di Pradamano - paese di 3.500 anime in provincia di Udine, dove i tre minori avevano avviato la "loro attività" - il quale ha pensato bene di sporgere formale denuncia alla polizia locale. Che, a quel punto, non ha potuto fare a meno di intervenire contestando ai ragazzini l'assenza delle autorizzazioni necessarie per vendere beni alimentari, che peraltro distribuivano a prezzi tutt'altro che salati: 1,5 euro a limonata, 1 euro a caffè e c'era anche la possibilità di un'offerta libera. A Telefriuli uno dei tre giovanissimi ha così commentato la sua delusione: «Non ho avuto paura quando ho visto arrivare i vigili ma sono stato molto dispiaciuto perché pensavo fosse una bella cosa e volevo andare avanti. Adesso speriamo nel meglio. Abbiamo raccolto 100 euro». Parole che fanno oggettivamente quasi tenerezza e infatti è subito scattata una gara di solidarietà per questi ragazzini. Lo stesso Ciao Club Italia si è fatto avanti: «Il Ciao Club Italia non vuole rimanere indifferente di fronte a quanto accaduto. Per questo ci siamo attivati immediatamente, lanciando questa raccolta fondi. Il nostro obiettivo è semplice ma concreto: acquistare e consegnare loro due Piaggio Ciao, affinché possano proseguire il sogno che avevano iniziato a vivere e che qualcuno ha cercato di interrompere». In effetti, per quei tre il ciclomotore più celebre rappresenta davvero un sogno. Come riportato ieri dal Messaggero, «Il Ciao, nel suo essere spartano, è il veicolo che da subito ha fatto battere il cuore dei tre amici, che nel tempo hanno imparato ad apprezzarne i dettagli, a conoscerne i prezzi e addirittura quanti ce ne siano disponibili sul territorio: "Ce ne sono circa una settantina in vendita qua in Friuli e hanno prezzi che vanno dai 500 ai 3.000 euro, a seconda delle condizioni"» (Il Messaggero Veneto, 7/8/2026, p.24). Nonostante il Ciao rappresenti un sogno vero per questi giovani, pare che al momento i tre non vogliano accettare collette o aiuti. «Vogliamo meritarlo», hanno spiegato sempre al Messaggero, «siamo commossi per il sostegno da mezza Italia, ma puntiamo a farcela soltanto con le nostre forze». Con questo commento, crediamo che questi giovanissimi - che non avevano allestito il loro banchetto con aspirazioni imprenditoriali, ma solo per non farsi comprare il ciclomotore dai loro genitori - abbiano dimostrato una volta di più la loro straordinaria maturità. Tanto è vero che lo stesso sindaco, Enrico Mossenta, pur sottolineando come fosse inevitabile l'intervento dei vigili urbani, ha speso parole di simpatia per questi tre ragazzini. «I ragazzi», ha dichiarato, «hanno avuto un'idea fantastica, bella, che dimostra la loro forza, il loro spirito d'iniziativa e il loro sogno. È un atteggiamento che merita di essere apprezzato e incoraggiato». Siamo d'accordo. Lo stesso però non può essere detto per l'atteggiamento di chi si è preso la briga di allertare la polizia locale affinché stoppasse immediatamente il banchetto Ai tre amici. Che male faceva la distribuzione di limonata da parte dei tre giovanissimi? Nessuno, beninteso, è così sprovveduto da non sapere che, per vendere dei prodotti alimentari, occorrono le necessarie autorizzazioni. Ma è possibile ritenere che un tredicenne che porge un bicchiere di limonata rappresenti una minaccia tale da sporgere formale denuncia? Per non inferire, vogliamo sperare che chi si è attivato per la chiusura del banchetto Ai tre amici sia stato un po' vittima del caldo. Di certo, davanti ad atteggiamenti simili una cosa è sicura: il buon senso dello zelantissimo guardiano della legge di Pradamano - e di quanti ne condividono l'inflessibile condotta - in questo periodo se n'è andato in vacanza. A naso, anche piuttosto lontano.

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In vetta senza limiti, cosa perdiamo se lo sport diventa smart

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8629 [https://www.bastabugie.it/8629] IN VETTA SENZA LIMITI, COSA PERDIAMO SE LO SPORT DIVENTA SMART di Roberto Marchesini   Nella storia dello sci non agonistico sono avvenuti due eventi che hanno cambiato in modo radicale e definitivo il volto di questa pratica: il primo è stato il fenomeno Tomba (Alberto). Con la sua incredibile serie di altrettanto incredibili vittorie ha reso lo sci - uno sport che fino ad allora era d'élite - uno sport di massa. Da un giorno all'altro, centinaia di migliaia se non milioni di italiani che non avevano mai toccato la neve si sono catapultati sulle piste da sci con materiali e abbigliamento «top di gamma», facendo dello sci un fenomeno di moda. Il secondo evento è stato l'avvento dello sci carving, ossia - come si diceva ai tempi - "sciancrato". Con questa innovazione tecnica, chiunque può curvare in modo "pulito", conducendo la curva; risultato che prima, con sci lunghi due metri e praticamente dritti era prerogativa di pochissimi esperti. Chiariamolo: quello che rendeva lo sci una pratica d'élite non era il costo, decisamente inferiore all'attuale. Era l'ascesi. Riuscire a condurre una curva lasciando sulla neve due binari perfettamente paralleli, in qualsiasi pendenza e condizione di neve, era una faccenda che richiedeva anni e anni di pratica, affinamento della sensibilità, la ricerca della "curva perfetta", e fame, freddo, sonno, fatica. UNA FACCENDA PER POCHI Così era l'arrampicata: una faccenda per pochi personaggi con caratteristiche - non fisiche, ma caratteriali - particolari. Anche in questo caso, arrampicare era più una filosofia, che uno sport. Se una volta le "palestre d'arrampicata" erano pareti di roccia in montagna, ora sono pareti di cemento armato con appigli di plastica, di diversi gradi di difficoltà. Il rischio è praticamente azzerato. Tant'è vero che c'è qualcuno che "schioda" le pareti, perché «l'arrampicata deve essere elitaria». Stessa cosa vale l'alpinismo. La pratica d'élite per eccellenza è diventata anch'essa turistica, "di massa". Si parla di rifugi trattati come alberghi o ristoranti, bivacchi pieni di rifiuti e devastati, di overtourism (in montagna!). La sicurezza (materiali, GPS...) e il confort (parcheggi, funivie...) ha permesso a chiunque di avere accesso all'alta montagna senza alcuna preparazione, né rispetto. Anche in questo caso, emerge timidamente il discorso del "limite": «Arrivare con la macchina il più in alto possibile e sdraiarsi con la copertina su un prato a fare un pic-nic non è vivere la montagna, ma passare del tempo in ambiente montano. La montagna è bella proprio perché pone ognuno di noi davanti a un limite, che è quello delle proprie capacità. Il grande alpinista ha un limite molto alto, la persona che va in montagna per la prima volta ha un limite molto basso, e in mezzo c'è tutto l'universo» (Lo Scarpone. Portale del Club Alpino Italiano). IL CICLISMO Vogliamo poi parlare del ciclismo? Anche il ciclismo ha avuto il suo "Tomba": si chiamava Marco Pantani. Grazie a lui l'Italia ha riscoperto il ciclismo e si è incollata al televisore per seguire Giro e Tour. Ma, nonostante Pantani, il ciclismo non è diventato "di massa", e per un motivo molto semplice: anche se seguitissimo, continuava a restare uno sport d'élite: fatica, sudore, polvere, la conquista di ogni pedalata. Poi è arrivata la tecnologia, la e-bike. E, a questo punto, i passi dolomitici, le vette rese celebri dal Giro d'Italia sono diventate accessibili a tutti. L'ascesa non era più una questione di ascesi; era diventata democratica, alla portata di tutti. In definitiva, la parabola che unisce lo sci carving, le e-bike e le pareti di plastica non è solo una questione di evoluzione tecnica o di flussi turistici: è il ritratto della nostra società contemporanea. Abbiamo barattato l'ascesi con l'accessibilità, convinti che eliminare la fatica, azzerare il rischio e democratizzare l'ascesa fosse una conquista di civiltà. Ma il prezzo di questo scambio si è rivelato altissimo: la perdita della nostra stessa umanità. Quando tutto diventa a portata di mano, quando il denaro e la tecnologia rimuovono l'ostacolo, rimuovono anche l'occasione per confrontarci con la nostra fragilità, con l'umiltà del fallimento, con il senso del limite. Curvare senza saper sciare, raggiungere una vetta senza averne conosciuto il silenzio e il timore: ci priva di quella pratica quotidiana che educherebbe l'anima alla pazienza, alla virtù, alla contemplazione. E così siamo diventati, da esploratori, consumatori: collezioniamo cime come fossero prodotti, esperienze a rischio zero, paesaggi che non riescono più a toccare la nostra sensibilità interiore. Siamo, ormai, solo turisti che si atteggiano ad asceti.

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Seveso 50 anni dopo, un disastro tra ideologia e disinformazione

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8620 [https://www.bastabugie.it/8620] SEVESO 50 ANNI DOPO, UN DISASTRO TRA IDEOLOGIA E DISINFORMAZIONE di Federico Robbe   Cinquant'anni fa, il 10 luglio 1976, una nube tossica si sprigiona nel cielo della Brianza, precisamente tra Seveso e Meda. L'incidente avviene a causa di una reazione incontrollata all'Icmesa (gruppo La Roche), specializzata in prodotti intermedi per l'industria cosmetica e farmaceutica. La popolazione più vicina alla fabbrica si trova subito in una situazione surreale: muoiono gli animali, le foglie delle piante ingialliscono e avvizziscono, i bambini cominciano ad avere strani segni sulla pelle, dovuti alla soda caustica presente nella nube. Si vedono le conseguenze ma non si sa nulla della causa, tant'è che l'Icmesa continua a essere aperta. Al massimo arrivano i vigili urbani, allertati dal sindaco Francesco Rocca, che sconsigliano di mangiare i prodotti dell'orto. Il primo articolo esce una settimana dopo l'incidente, il 17 luglio su Il Giorno, firmato dal cronista Mario Galimberti. Per sapere cosa contiene la nube bisogna attendere il 21 luglio, quando i laboratori svizzeri de La Roche comunicano la presenza di diossina. Una sostanza tossica di cui si sapeva pochissimo, considerata "parente" di un defoliante utilizzato nella guerra del Vietnam. Erano noti solo gli effetti devastanti sugli animali, e in alcune specie si conoscevano le alterazioni nello sviluppo del feto. Ma niente di più. Intanto, le autorità sono al lavoro giorno e notte per capire come affrontare al meglio la situazione. La zona A, la più contaminata, viene sfollata tra il 26 luglio e il 2 agosto: sono coinvolte circa 800 persone, costrette a lasciare le proprie case e ad andare in due hotel nel milanese, dove rimarranno per oltre un anno. La zona B ha una contaminazione intermedia e 5.000 abitanti devono attenersi a rigide prescrizioni. Infine, si individua la zona R (oltre 30.000 persone) con livelli più bassi ma comunque superiori alla norma. UNA CAMPAGNA MEDIATICA A SENSO UNICO La presenza di diossina scatena una campagna allarmistica e sensazionalistica. Il Corriere della Sera titola il 21 luglio a caratteri cubitali: La nube di veleno avanza su Milano. Nel sommario del pezzo si legge: «In pochi giorni il micidiale gas ha fatto 4 Km». Affermazione evidentemente assurda perché il gas si era depositato nel terreno. L'Europeo non va molto per il sottile: Può essere peggio di Hiroshima. Un altro settimanale, Epoca, scrive a tutta pagina: Peste chimica: i giorni del terrore. L'elenco potrebbe continuare a lungo: titoli altisonanti e ricostruzioni parziali da parte di giornalisti che a Seveso non ci avevano messo piede, se non per porre il tema dell'aborto in cima all'agenda politica. «Qui sono venuti finora più giornalisti che donne», leggiamo sull'Europeo del 24 agosto 1976, in un reportage che raccoglie testimonianze all'ingresso del consultorio allestito in paese. Ricordiamo che nel '76 non esisteva una legge sull'interruzione di gravidanza e i presunti effetti della diossina vennero ampiamente cavalcati. Gli articoli sul "mostro in pancia" sono innumerevoli, ma il più apodittico è quello di Nicola Adelfi, su La Stampa del 2 agosto: «Il problema delle donne incinte di Seveso deve essere visto come un problema sociale. In altre parole, spetta alla società con i suoi organi rappresentativi prendere una decisione. E questa non può essere che una sola: l'aborto. [...] Un provvedimento legislativo, per il suo carattere coattivo, cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate». LA VITA CONTINUA: IL REALISMO DELLA CHIESA Fin qui la realtà raccontata dai giornali. Ma poi ce n'è un'altra: una realtà che vede il mondo cattolico protagonista dopo l'omelia del cardinale Giovanni Colombo, il 1° agosto 1976: «Non lasciatevi prendere dalla paura. Diffondete la speranza. Non credete a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi. L'Eucaristia che celebriamo e di cui ci nutriamo ci fa tutti fratelli e come tali dobbiamo comportarci, non solo a parole ma anche a fatti. Ciascuno si impegni a fare tutto quello che può per aiutare chi è nel bisogno. Le nostre comunità cristiane diano testimonianza operosa di fraternità». L'arcivescovo di Milano rilancia tre parole chiave: realismo, speranza e fraternità. E così, un popolo formato da Comunione e Liberazione, Azione Cattolica e parrocchie si mette all'opera: apre l'Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), diretto dal medico Ambrogio Bertoglio, per aiutare i più bisognosi, sostenere moralmente ed economicamente gli sfollati, organizzare centri diurni per far giocare i bambini che andavano allontanati. L'Udac stampa il periodico Solidarietà in circa 50 mila co pie, facendo un po' di sana contro-informazione, e diffonde in Brianza e poi in tutta Italia il manifesto "La vita continua". E il 12 settembre 1976 la Diocesi indice presso il Seminario di San Pietro Martire una giornata di preghiera e offerte. Partecipano circa 5 mila persone, ma non uscirà una riga sulla stampa mainstream, sempre a proposito di informazione corretta. Quanto alla questione dell'aborto, la vicenda di Seveso è stata il grimaldello per approvare la legge 194 del 1978. Ma non viene quasi mai ricordato che la stragrande maggioranza delle donne incinte dell'area contaminata ha detto sì alla vita. E i loro figli sono nati sani. Non solo: le analisi sui feti abortiti (circa 30) non hanno mostrato segni di malformazioni. Come ricorda il prof. Paolo Mocarelli, tra i massimi esperti di diossina, l'effetto più evidente è la cloracne, una malattia della pelle. Gli studi epidemiologici hanno monitorato la popolazione esposta, rilevando un incremento percentuale di rari tumori del sangue, come leucemie e linfomi. Ma cosa c'è oggi al posto dell'Icmesa? Dopo un'accurata bonifica, a metà anni Ottanta è stato creato un grande parco di 43 ettari, il Bosco delle Querce. Una risposta all'insegna della bellezza che testimonia una nuova consapevolezza del rapporto tra uomo e ambiente. E c'è un altro frutto, a mio avviso ancora più importante, di questa storia: la rinascita di un popolo che, grazie alla fede, è riuscito a far fronte all'emergenza senza cedere alla disperazione. Nota di BastaBugie: Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "Così il disastro di Seveso è stato usato per sdoganare l'aborto" parla del disastro cavalcato dagli abortisti, terrorizzando le donne incinte con l'idea - peraltro infondata - di un "mostro" in pancia. Il ruolo della stampa vs la carità della Chiesa. La Bussola intervista il dottor Ambrogio Bertoglio, abitante di Seveso e all'epoca responsabile dell'Ufficio decanale. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 luglio 2026: Oggi sono esattamente cinquant'anni dall'inizio di quel che è passato alla storia come "disastro di Seveso" (10 luglio 1976), generato dalla fuoriuscita di una nube di diossina dallo stabilimento dell'Icmesa (a Meda), azienda svizzera che faceva capo alla multinazionale La Roche. Un disastro che ebbe ricadute a più livelli: ambientale, sanitario, politico, economico-sociale. In particolare vogliamo qui soffermarci sulle sue conseguenze nella battaglia sull'aborto, perché quell'incidente funse in qualche modo da acceleratore delle pretese abortiste che si concretizzarono meno di due anni dopo nella legge 194. Testimone privilegiato di quell'epoca è Ambrogio Bertoglio, psichiatra, allora trentenne e già padre di famiglia, che fu nominato dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, responsabile laico dell'Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), un ufficio attivo da inizio agosto del '76 con cui la diocesi ambrosiana offriva la sua vicinanza alla popolazione. La Bussola lo ha intervistato. Dottor Bertoglio, fin dai primi giorni il disastro di Seveso è divenuto un pretesto per promuovere l'aborto e la sua legalizzazione. Da testimone e abitante di Seveso, che cosa ci può dire al riguardo? Eravamo nel bel mezzo del dibattito sull'aborto, la situazione di Seveso è stata utilizzata per rompere qualsiasi diga intorno al tema dell'aborto terapeutico. C'erano decine e decine di femministe, ginecologi che venivano da Milano e si presentavano qua con dei cartelli con raffigurazioni drammatiche, e si piazzavano fuori dai consultori e dalle strutture sanitarie. Il messaggio che si voleva far passare era che la donna incinta avesse un "mostro" nella pancia. Questo ha dato il via libera, con l'avallo delle autorità regionali e nazionali, all'aborto terapeutico. L'Osservatore Romano e Avvenire sottolineavano che non di aborto terapeutico si trattava ma di «aborto eugenetico» perché non c'erano rischi per le donne, ma si invocava l'aborto per malformazioni, peraltro solo ipotetiche. In quel momento non si avevano notizie intorno all'effetto della diossina. Era emerso che la sostanza fosse teratogena, cioè poteva in teoria fare danni ai feti: ma questo avveniva per gli animali, non si sapeva se fosse vero anche per gli uomini. Dicendo alle donne che avevano un mostro nella pancia, si voleva togliere loro ogni speranza. Ma già a inizio agosto del '76 il cardinale Colombo aveva pubblicamente incoraggiato le donne a proseguire la gravidanza e spiegato che se davvero fosse nato un bambino malformato ci sarebbe stata sicuramente qualche famiglia pronta a prendersene cura. Infatti delle famiglie diedero la loro disponibilità. Ma gli abortisti ricoprirono il cardinale di insulti, lo bollarono come disumano e contro le esi

4. aug. 202619 min
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Il concerto di Ultimo batte il record di Vasco Rossi

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8613 [https://www.bastabugie.it/8613] IL CONCERTO DI ULTIMO BATTE IL RECORD DI VASCO ROSSI di Federica Di Vito   Quello di Ultimo, il concerto che ha riunito 250 mila persone a Tor Vergata e ha "rubato" il primato al Modena Park di Vasco del 2017 con 225mila spettatori, è destinato a fare la storia. E dall'annuncio del "Giubileo" per i cinquant'anni di carriera di Vasco è bastata appena mezz'ora per far esaurire 550 mila biglietti. Sono dati questi, che dicono qualcosa sul panorama musicale contemporaneo e non solo.  Ieri Il Foglio, in un'analisi del fenomeno, ha parlato di quanto la magnitudo della partecipazione a un concerto lo consacri a una sorta di «nuova religione dei record» dove l'unità di misura è «la dimensione di un evento sempre a caccia di eccezionalità». Per un artista giovane come Ultimo riempire uno stadio è la definizione stessa di successo, mentre per un veterano come Vasco, lo stadio è un modello di rito collettivo consolidato dagli anni Ottanta. L'industria del live ha trasformato il concerto nella «basilare voce di bilancio per un artista»: con lo streaming che «paga in pochi centesimi», la strategia delle residency (molteplici date nella stessa città, Vasco ha in programma dieci concerti all'Olimpico nel giugno 2027) permette di produrre notizie basate sui numeri. Il titolo che conta diventa così il numero di biglietti venduti nel minor lasso di tempo possibile, più di qualsiasi nuova uscita discografica. COMUNITÀ, TRASCENDENZA, TRASFORMAZIONE Accanto a questa tendenza è interessante rilevare un certo parallelismo tra il concerto e l'atto liturgico. A ragionare in questi termini è stato Tom Neal, professore di Teologia presso il Seminario di Notre Dame a New Orleans. Il mega evento moderno funziona come una liturgia laica basata su tre pilastri fondamentali: comunità, trascendenza e trasformazione.  Comunità, perché proprio come la liturgia unisce i fedeli in un'esperienza di relazione con il divino, il concerto unisce i fan attraverso la bellezza e l'energia della musica. I partecipanti sono uniti da una fede comune nel messaggio dell'artista, che agisce come una sorta di "celebrante": «I bravi artisti ti fanno sentire di comprendere il tuo mondo in modo personale e intimo e, con la loro autenticità, ti permettono di entrare nel loro. Il concerto diventa una forma di comunione e dona a coloro che si sentono soli al mondo un senso di appartenenza».  Trascendenza, perché il mega evento porta lo spettatore oltre se stesso, fuori dalla quotidianità mondana (quello che i greci chiamavano ek-stasis). Artisti come Vasco Rossi o i performer che dominano i grandi palchi - da Cremonini a Ligabue - appaiono come figure «larger-than-life», talmente straordinarie da creare un mondo di immaginazione e significato fuori dalla realtà.  Trasformazione, perché chi esce da un grande evento ne esce cambiato. La saturazione dei sensi, stimolati tra luci, suoni e vibrazioni, permette alla musica di penetrare in profondità, influenzando l'identità e la percezione della realtà dello spettatore. Il maxischermo al concerto di Ultimo riportava la citazione biblica: «Beati gli ultimi, perché saranno i primi». A fine concerto Niccolò Moriconi - in arte Ultimo - affidava un grido liberatorio al pubblico: «Ho fatto pace con tutti, con tutto». E chissà quanti fan desiderosi di fare pace con la vita, con se stessi e con gli altri cantavano a squarciagola, finalmente compresi. Il megaevento diventa un occasione catartica tanto per chi lo "celebra" quanto per chi vi partecipa. Un vero e proprio popolo che si riconosce nelle parole delle canzoni dell'artista trentenne: «La generazione Ultimo ha trovato nel cantautore una voce che fa eco al proprio mondo interiore, svela le sue paure senza giudicarle, accoglie le fragilità di cui non ha senso vergognarsi», spiega il giornalista Mattia Marzi che a Il popolo di Ultimo ci ha dedicato anche un libro. SOLO IL VANGELO PUÒ RISPONDERE L'anno scorso un milione di ragazzi ha pregato in silenzio insieme al Papa per il Giubileo dei Giovani. La stessa spianata quest'anno ha accolto 250 mila fan provenienti da tutta Italia e non solo in una sorte di "pellegrinaggio laico" alla sequela del cantautore romano. Che siano alla ricerca della stessa cosa? Più di un giornale mainstream ha accostato con tono canzonatorio i fan di Ultimo ai papa boys definendo il megaevento di Tor Vergata come «un rito di venerazione collettiva» alla sequela di un «santino pregiato della iconografia del riscatto» che concederebbe al proprio pubblico «un lasciapassare per la lagna». Al di là delle critiche sterili - a ben vedere da parte degli stessi che celebravano la vittoria di Mahmood al Sanremo 2019 sancita dalla giuria contro il televoto che scelse Ultimo - da parte nostra è quasi doveroso leggere questa partecipazione di massa come un segno dei tempi. «Essere giovani oggi è tremendo», confessava Ultimo in un'intervista al Corriere un paio di anni fa, «sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e nessuno che vada in chiesa. In tv non c'è una buona notizia. Guerre. Bombe. I giovani sono anestetizzati. Fermi. Aspettano un domani che non arriva e non arriverà». Eppure, questi sono gli stessi giovani - e meno giovani - che si mettono in fila per chilometri, non solo per una canzone, ma alla disperata ricerca di un senso che possa "svoltare" una vita piatta. Che lo chiedano al Papa o a un idolo pop, noi sappiamo che la risposta è la stessa. Perché il bisogno odierno di comprensione e riscatto è lo stesso di chi cercava la salvezza sfiorando il mantello di Cristo. Quella "Buona Notizia" che tutti aspettano tra le luci dei riflettori è un annuncio che non può rimanere confinato all'ombra. L'implorazione di senso sta risuonando anche nelle adunate oceaniche dei concerti. Sta alla Chiesa e a ogni singolo credente riconoscere che in quel grido si nascondono le stesse domande a cui solo il Vangelo può rispondere.

28. juli 20268 min
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Come Fauci e intelligence insabbiarono le origini del covid

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8583 [https://www.bastabugie.it/8583] COME FAUCI E INTELLIGENCE INSABBIARONO LE ORIGINI DEL COVID di Stefano Magni   Tulsi Gabbard, direttrice uscente dell'Intelligence Nazionale (un ruolo di coordinamento delle agenzie di intelligence e figura di raccordo fra esse e il presidente) lascerà l'incarico il 30 giugno. Mentre volano stracci fra Trump e il Partito Repubblicano per la nomina del successore, la Gabbard, che ormai non ha più niente da perdere, sta togliendosi qualche soddisfazione personale e politica. La settimana scorsa, il 12 giugno, aveva reso pubblici i documenti che provavano l'esistenza del finanziamento pubblico di 120 biolaboratori all'estero, in 30 paesi partner fra cui l'Ucraina (e dunque «a rischio di compromissione a causa della guerra in corso tra Russia e Ucraina»). La denuncia è passata abbastanza in sordina. È una pratica che dura, da quel che dice la Gabbard, almeno da una decina d'anni. Dunque a finanziare quei laboratori all'estero sono state le amministrazioni di entrambi i partiti, compresa la prima di Trump dal 2017 al 2021. La nuova rivelazione, di ieri, 19 giugno, è invece una potenziale "bomba", anche se la grande stampa nazionale non l'ha diffusa molto, ad eccezione di New York Post e pochi altri quotidiani. Secondo i documenti appena declassificati, infatti, Anthony Fauci, il super consulente della politica pandemica, avrebbe mentito al Congresso, nelle audizioni, sul finanziamento di pericolosi esperimenti nel laboratorio di Wuhan, in Cina, probabile punto di partenza del Covid-19. PANDEMIA DI COVID-19 Nel comunicato stampa della Direzione Nazionale dell'Intelligence, si legge che «Prima della pandemia di Covid-19, Anthony Fauci, in qualità di direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), ha stanziato milioni di dollari dei contribuenti statunitensi per finanziare pericolose ricerche di tipo "guadagno di funzione" sui coronavirus dei pipistrelli presso il Wuhan Institute of Virology (Wiv), un lavoro che ora è ampiamente considerato la fonte della fuga accidentale dal laboratorio che ha scatenato la pandemia». Ma di questo si parla da anni. La vera novità, invece, è la prova che l'insabbiamento c'è stato ed è avvenuto con la complicità di parte dei servizi segreti americani di allora. Si legge infatti che sono stati declassificati: «comunicazioni e documenti inediti che svelano come Fauci abbia collaborato con i vertici politicizzati della Comunità dell'Intelligence (Ic) per sopprimere la verità sulle sue azioni, sulle origini del virus, ovvero la fuga di laboratorio, e sul suo ruolo nell'assegnazione dei finanziamenti statunitensi a questa pericolosa ricerca che ha causato danni incommensurabili e innumerevoli perdite di vite umane. Questi documenti rivelano il ruolo diretto di Fauci nell'influenzare e manipolare le valutazioni dell'intelligence sul Covid-19 e come Fauci abbia mentito al Congresso nel 2024, quando sotto giuramento negò di essere a conoscenza o di aver partecipato a discussioni con funzionari dell'intelligence sulla ricerca». L'INTERESSE AD ALLONTANARCI DALLA VERITÀ E qualcuno sta iniziando a parlare, a quanto risulta, dopo aver subito intimidazioni: «Durante questo processo - di raccolta delle prove, si legge nel comunicato - i funzionari dell'Odni (Direzione Nazionale Intelligence, Dipartimento dell'Ohio, ndr) hanno raccolto testimonianze da numerosi informatori della comunità dell'intelligence che hanno denunciato ritorsioni per aver contestato la manipolazione delle informazioni sull'origine del virus da parte della stessa. Ciò ha rivelato un chiaro schema di soppressione del dissenso, di silenziamento dei critici e di occultamento di prove che hanno minato l'integrità della comunità dell'intelligence e danneggiato il popolo americano». La storia della pandemia andrebbe riscritta, secondo la Gabbard, perché tutta l'informazione di allora sarebbe stata viziata da questo rapporto illegittimo fra Fauci e parte dei servizi segreti: «Durante la pandemia, Fauci e i leader politicizzati all'interno della comunità dell'intelligence hanno creato un circolo vizioso di comunicazione autoreferenziale. Fauci ha fornito scienziati da lui selezionati e finanziati dal Niaid per consigliare la comunità dell'intelligence. Questo contributo ha influenzato le valutazioni ufficiali dell'intelligence, che sono state poi citate pubblicamente come consenso scientifico per confutare la teoria della fuga di notizie dal laboratorio. Secondo centinaia di e-mail esaminate, la comunità dell'intelligence ha quasi sempre recepito le sue raccomandazioni». E di qui anche l'accusa più grave, quella di aver mentito al Congresso: «a Fauci fu ripetutamente chiesto se avesse parlato con "Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia di intelligence statunitense in merito alla ricerca sui virus" prima, durante o dopo la pandemia. Fauci eluse ripetutamente le domande, prima di affermare falsamente: "a mia conoscenza, no, riguardo al Covid"». Una risposta definitiva sull'origine del Covid non c'è ancora, nemmeno dopo la pubblicazione di questi documenti dei servizi segreti. Ma si inizia, se non altro, a ricostruire la storia di chi ha avuto tutto l'interesse ad allontanarci dalla verità. E solo negli Usa se ne parla. In Cina no.

23. juni 20265 min