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Meta e Google, condanne storiche sulla dipendenza da social
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8508 [https://www.bastabugie.it/8508] META E GOOGLE, CONDANNE STORICHE SULLA DIPENDENZA DA SOCIAL di Daniele Ciacci Mercoledì 25 marzo 2026 è stata probabilmente una delle date più importanti della storia del diritto digitale. Nello stesso giorno negli Stati Uniti due tribunali hanno emesso due verdetti separati ma collegati contro Meta - il colosso di Mark Zuckerberg proprietario di Facebook, Instagram e WhatsApp - e lo ha colpito da molte angolazioni diverse e convergenti. La tesi comprovata è chiara: le piattaforme social sapevano di danneggiare i minori e hanno scelto consapevolmente di non intervenire. Il primo verdetto arriva da una giuria popolare di Los Angeles. Al centro del caso c'è Kaley G.M., oggi ventenne, che ha iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a undici, come discusso nel precedente articolo della Nuova Bussola Quotidiana su questo tema. L'accusa ha sostenuto che alcune caratteristiche specifiche dei social network fossero state appositamente create per generare dipendenza senza curarsi delle conseguenze, come la possibilità di scorrere all'infinito (infinite scroll), la riproduzione automatica dei video, i suggerimenti algoritmici e i filtri per modificare le foto (adeguando il volto a standard di bellezza artificiali, con conseguente incremento di problemi psicologici legati al rapporto con il proprio corpo). I risultati, documentati in tribunale, sono ansia, depressione e pensieri suicidi, specialmente nei minori. La giuria ha ritenuto Meta responsabile per un danno di 4,2 milioni di dollari e Google per 1,8 milioni, per un totale di 6 milioni. Nonostante la mole gargantuesca, la cifra è poco più che simbolica rispetto ai bilanci dei due colossi del web. I giurati però hanno stabilito che Meta e Google dovranno pagare anche i cosiddetti "danni punitivi", il cui ammontare sarà definito in una seduta successiva, e questa voce potrebbe essere molto più pesante. DISATTIVATA LA SECTION 230 Il secondo verdetto, emesso il 24 marzo dal New Mexico, ha un profilo ancora più grave. Meta è stata condannata a pagare 375 milioni di dollari (circa 323 milioni di euro) per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli delle sue piattaforme e per non aver protetto i minorenni da predatori sessuali. Durante il processo è emerso che vari utenti usavano i social di Meta per adescare minori e scambiare materiale pedopornografico. Al banco dei testimoni sono saliti personalmente Mark Zuckerberg e Adam Mosseri, responsabile di Instagram. Il punto giuridico delle due sentenze è affine. Finora le piattaforme digitale erano state condannate molto raramente per i comportamenti degli utenti, perché la legge statunitense - la Section 230 - non le ritiene responsabili dei contenuti prodotti da terzi. In questo caso le accuse non riguardano però i comportamenti degli utenti, ma quelli dei dirigenti, che pur sapendo dei danni che il loro prodotto provocava nei minori, non ne hanno tenuto conto. Non si contesta ciò che gli utenti pubblicano, ma come le piattaforme sono state progettate. L'algoritmo non è neutro, e chi lo costruisce ne risponde. Meta ha ovviamente ribadito di non condividere il verdetto, sostenendo di aver sempre lavorato per la sicurezza degli adolescenti. Anche Google ha annunciato il ricorso, affermando che YouTube non può essere considerato un social network nel senso tradizionale. Eppure, Zuck stesso ha riconosciuto che i sistemi di controllo sull'età degli utenti non hanno funzionato come previsto, dichiarando di essere intervenuti troppo in ritardo. UN PRECEDENTE IMPORTANTE Ovviamente le cifre fanno notizia, ma non sono il dato più rilevante perché, essendo la prima volta che una giuria si esprime su un caso di questo tipo, la decisione creerà quasi certamente un precedente giuridico. La Silicon Valley non potrà più usare lo scudo della Section 230 per garantirsi l'immunità. La ragazza al centro del caso californiano ha iniziato a utilizzare i social nel 2012. Andreas Schleicher, l'ideatore del programma PISA dell'OCSE, segnala da tempo un crollo verticale delle competenze e del benessere degli adolescenti proprio a partire da quella data. Lo psicologo Jonathan Haidt ha documentato come dall'avvento dei social su smartphone i tassi di depressione, ansia e suicidio tra i giovani abbiano subito un'impennata senza precedenti. I dati sono convergenti e parlano chiaramente: le piattaforme sono state costruite per massimizzare il "tempo di permanenza" dell'utente, perché ogni secondo in più vale centesimi di pubblicità. La sentenza conferma che la progettazione dei software non è stata prudente, favorendo meccanismi di fruizione compulsiva: le aziende non possono più ignorare la correlazione tra l'uso dei loro prodotti e il benessere degli utenti. Lo ripetiamo: l'algoritmo non è neutro, il modo in cui la tecnologia è progettata veicola una visione dell'uomo. Per Meta e Google l'uomo - e il bambino - è unità di consumo da scansionare e ottimizzare.
Famiglia nel bosco, ecco chi ha il potere di spaccare una famiglia
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8494 [https://www.bastabugie.it/8494] FAMIGLIA NEL BOSCO, ECCO CHI HA IL POTERE DI SPACCARE UNA FAMIGLIA Di fronte all'allontanamento forzato di tre bambini dai loro genitori, "colpevoli" soltanto di aver scelto uno stile di vita non convenzionale e un'istruzione parentale nel cuore dell'Abruzzo, la domanda sorge spontanea: si è agito per il "bene superiore del minore" o per punire una famiglia che non si piega ai canoni del pensiero unico? Stiamo ovviamente parlando del caso - e degli ultimi sviluppi - della "Famiglia nel Bosco", sulla cui vicenda è intervenuta con fermezza anche la premier Giorgia Meloni, che ha denunciato il rischio di decisioni giudiziarie influenzate da un "pregiudizio ideologico" che scavalca il buonsenso e il diritto naturale. Le parole del Presidente del Consiglio non sono cadute nel vuoto: il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha inviato gli ispettori all'Aquila - per verificare la correttezza di procedure che appaiono punitive e sproporzionate - come tra l'altro chiesto dalla petizione popolare di Pro Vita & Famiglia firmata ad oggi da più di 72.000 cittadini. Ma per capire come si sia arrivati a tanto, bisogna guardare in faccia chi ha gestito - e chi gestirà - il Tribunale dei Minorenni del capoluogo abruzzese. L'ERA ANGRISANO: PUGNO DURO A TINTE ARCOBALENO Ancora per pochi giorni il volto del Tribunale per i minorenni dell'Aquila sarà quello di Cecilia Angrisano. È stata lei a firmare i provvedimenti più duri fin dal 20 novembre 2025, quando scattò il primo allontanamento dei tre figli dei coniugi Trevallion dalla loro casa. Provvedimenti che, nel corso delle settimane, molti non hanno esitato a definire vergognosi: non solo, appunto, l'iniziale allontanamento dei figli dalla casa e dal padre, ma recentemente anche l'allontanamento della madre Catherine dalla struttura protetta di Vasto dove si trovava con i piccoli. Una decisione che non si può nemmeno lontanamente immaginare presa nel "superiore interesse dei minori". La figura di Angrisano è finita sotto la lente della stampa proprio per il sospetto di una visione del mondo fortemente orientata in senso ideologico, suggerita dalla sua partecipazione, in passato, a convegni e seminari dedicati alle tematiche LGBTQ+ e transgender, ponendo l'accento sulla sua presenza in contesti dove si promuovono istanze care alle lobby arcobaleno. Anche quotidiani come La Repubblica hanno riportato le sue dichiarazioni - come il celebre «i figli non sono proprietà di nessuno» diffuso dai canali di Magistratura Democratica - che riflettono una filosofia inquietante: quella in cui lo Stato si erge ad arbitro ultimo degli affetti, a scapito del primato educativo dei genitori. Se i figli «non sono dei genitori», per questa magistratura ideologizzata diventano automaticamente «dello Stato». SUBENTRA NICOLETTA ORLANDI, EX DEPUTATA COMUNISTA Con l'uscita di scena della Angrisano per fine mandato, la speranza di un cambio di rotta si scontra con la realtà della nuova nomina decisa a fine gennaio dal Consiglio Superiore della Magistratura. A guidare il Tribunale arriva dalla sezione minorile della Corte d'Appello dell'Aquila Nicoletta Orlandi, con un passato politico che non può passare inosservato. La sua biografia, infatti, parla chiaro: prima di indossare la toga, Orlandi è stata una militante di spicco della sinistra radicale, sedendo tra i banchi della Camera dei Deputati per il Partito Comunista Italiano (PCI) e poi per il PDS nella X Legislatura, quella che fu in carica tra il 1987 e il 1992. Un'estrazione politica che affonda le radici in un'ideologia che, storicamente e filosoficamente, ha sempre cercato di erodere l'autonomia della famiglia a favore di un controllo pubblico pervasivo e centralizzato. Sebbene la carriera in magistratura richieda formalmente imparzialità, il passaggio dai ranghi del comunismo alla gestione di casi delicatissimi di diritto minorile solleva interrogativi legittimi. Il rischio è che si passi dall'ideologia dei "nuovi diritti" LGBT di chi l'ha preceduta a una visione statalista "vecchio stampo", dove il legame di sangue viene sacrificato sull'altare di parametri burocratici rigidi o visioni politiche preconcette. La morale di questa triste vicenda è amara: la giustizia non è mai un terreno neutro, specialmente quando si parla di minori. In questo tribunale, finora, non sembra aver pesato la legalità o il buon senso, ma una precisa visione ideologica del rapporto tra Stato e famiglia. Allo stato attuale, con l'insediamento della nuova presidente Orlandi, la sfida è enorme. Ci auguriamo che la dottoressa Orlandi rimetta al centro l'unica cosa che conta: l'unità della famiglia Trevallion.
Il nichilismo del tredicenne e il ruolo della tecnologia
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8495 [https://www.bastabugie.it/8495] IL NICHILISMO DEL TREDICENNE E IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA di Roberto Marchesini Strana faccenda, quella di Trescore Balneario: un ragazzino di tredici anni (poco più di un bambino) che, armato di tutto punto e vestito appositamente per l'occasione, accoltella una insegnante nei corridoi della scuola. Ancora più strano il "manifesto" che il ragazzo avrebbe scritto in inglese e pubblicato su Telegram: «Non posso essere incarcerato, dato che in Italia l'età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei [l'insegnante] e chiunque cerchi di impedirmelo». Manifesto che è un vero e proprio trattato di nichilismo, che puzza un po' di intelligenza artificiale; diciamolo, per quanto dotato, questa non è la scrittura di un tredicenne. Ed è strano pure che un ragazzino si preoccupi che «la scuola stia fallendo». Qui abbiamo un punto: l'uso dei social media per diffondere un manifesto, probabilmente generato dall'intelligenza artificiale; e per far circolare persino il video dell'aggressione, girato dal ragazzo stesso con un cellulare che aveva al collo. L'impressione è che questo ragazzino sia stato cresciuto, forse accompagnato e guidato in questo gesto, dagli strumenti tecnologici. È possibile? Qualche anno fa, i social media avevano diffuso la Blue Whale Challenge, una specie di "gioco sociale" che invitava gli adolescenti a compiere atti di autolesionismo, anche estremi; ovviamente, sempre all'insaputa dei genitori, che lo scoprivano sempre troppo tardi. Abbiamo forse abbandonato i nostri figli agli schermi digitali, perché li educhino al posto dei genitori? Da tempo vado dicendo che il principale problema educativo dei giorni nostri è la paura, che talvolta sfocia nel rifiuto, di assumersi responsabilità educative da parte dei genitori. Per timore di sbagliare e che le conseguenze dei propri errori possano condizionare la vita dei figli, i genitori cercano il più possibile di delegare il compito genitoriale a chiunque altro: agli insegnanti che, come dice il nome stesso, sono insegnanti e non educatori; agli esperti, ai quali si chiedono tecniche e decaloghi teoricamente perfetti ma inutilizzabili nella quotidianità; ai figli stessi, che pare possano decidere cosa è opportuno mangiare, se lavarsi o no i denti e persino a quale genere appartenere (ovviamente, se desiderano incasellarsi in una rigida e schematica costruzione sociale); infine, agli schermi digitali. Il primo passo è lo smartphone con il cartone animato di Peppa Pig mentre i bimbi mangiano, così sono ipnotizzati e non disturbano; invece di educarli a stare seduti, a tenere in modo appropriato le posate e a comportarsi decentemente in pubblico. Forse, l'ultimo è l'intelligenza artificiale che spiega a un tredicenne che, se la sua vita «è piena di ingiustizie, la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione», e che «non c'è niente di meglio che punire chi mi ha fatto del male». Un secondo problema educativo consiste, dal mio umile punto di vista, nel considerare i piccoli come dei nani; persone che devono crescere sì, ma solo in altezza, non dal punto di vista cognitivo; quindi li si tratta come adulti, e si spiega, si argomenta, si chiede l'approvazione di un bimbo di quattro o cinque anni. Che, ovviamente, crescerà pensando che gli adulti hanno bisogno del suo permesso per dire, fare e pensare tutto ciò che li riguarda. Forse conviene ricordare la lezione - assolutamente attuale - del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che, nel 1929, intuì che la vera minaccia alla civiltà non sarebbero state le invasioni esterne, ma i «barbari verticali»; cioè i nostri figli. I quali non nascono con la cultura e l'educazione europea già installata nel cervello, ma devono essere inseriti in modo graduale e costante nella nostra civiltà; altrimenti saranno per sempre un corpo estraneo, esattamente come i «barbari orizzontali» che arrivano dal di fuori, della nostra società. Ma queste riflessioni di Ortega y Gasset sono persino troppo raffinate per una società come la nostra, che non si preoccupa nemmeno di inserire nella nostra cultura i barbari orizzontali; figuriamoci se si pone il problema per quelli verticali. I casi sono due: o ci si riprende l'educazione dei figli, strappandola agli schermi digitali ai quali l'abbiamo delegata; oppure sarà il caso di abituarci alla giungla, della quale per il momento vediamo solo le propaggini. Comunque vada, sarà certamente interessante. Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Roberto Marchesini, nell'articolo seguente dal titolo "Perdono, purché non sia un "volemose bene" spiega perché il vero perdono non consiste nel far finta che non sia successo nulla. Si perdona quando si riconosce che l'altro ha un debito di giustizia nei nostri confronti. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026: Ritorniamo, dopo pochi giorni, alla tragedia di Trescore Balneario; questa volta non per commentare il «manifesto» dello studente accoltellatore, ma per riflettere sulla lettera aperta che la professoressa, vittima dell'aggressione, ha scritto e resa pubblica. Questa lettera ha suscitato un'ondata di commozione e ammirazione in tutta Italia ed è stata considerata un documento di speranza, fiducia nel futuro e «resilienza». Ne è un esempio il commento del Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana: «Le prime parole della professoressa Mocchi sono state per i suoi studenti, con il desiderio di tornare presto in classe. Parole che dicono tutto sulla sua forza, sulla sua dignità e sulla vocazione di chi sceglie di insegnare». Lo confesso, con un po' d'imbarazzo; eppure devo dire che le parole della professoressa Mocchi hanno suscitato una reazione leggermente diversa. Ho molto apprezzato la gratitudine nei confronti di chi si è speso, fattivamente o con le intenzioni, per il suo bene: colleghi, studenti, soccorritori, personale sanitario, l'avvocato, i genitori. Ho notato anche i riferimenti alla religione, tutt'altro che scontati: tra i destinatari della gratitudine c'è «[...] mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza»; infine, scrive «Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò». C'è un minimo di problematizzazione: «So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento»; ma l'esito di questo cenno è davvero sconcertante: «Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio». Chiedo scusa, ma se un ragazzino di tredici anni arriva ad accoltellare una sua professoressa (perché severa!) a scuola, ci sarà qualche problemino? Educativo, sociale o scolastico? Oppure, qualsiasi cosa accada, la risposta dev'essere «Tutto va ben, madama la marchesa»? Possiamo porci un problema di sicurezza, di salute mentale, possiamo concederci un momento di riflessione sulla nostra attuale società e su quella che stiamo costruendo? Pare di no: «Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica». Costruiamo ponti, pensiamo a ciò che unisce e non a ciò che divide, stiamo vicini vicini. Insomma: stringiamci a coorte. Siam pronti alla morte? Qualcuno ha appreso, un po' stupito, che il ragazzino non sia imputabile sebbene il reato sia gravissimo. Bene, vogliamo fermarci un pochettino su questo stupore? Vogliamo parlare di responsabilità, di conseguenze dei propri pensieri, azioni, parole? Vogliamo riflettere di cosa significhi, a livello educativo, del fatto che si possano compiere azioni gravissime e che a pagarne siano altri, le vittime? E magari estendere questa non imputabilità anche al rendimento scolastico, considerato che i voti nelle scuole italiane sono altissimi, ma di tutta questa genialità, nella società, non c'è traccia? Cosa ci ha portato fino a questo punto? È l'esito di anni di martellamento sulla «inclusione» di tutti a qualunque costo (pagato da altri)? Oppure di corsi e corsi sulla «psicologia positiva» e sulla «intelligenza emotiva», che insegnano a sorridere e a pensare positivo anche quando le cose sono oggettivamente disastrose? Non si tratta, beninteso, di disprezzare la forza d'animo di una donna che, ferita, trova la lucidità di ringraziare chi l'ha aiutata e di affidarsi a Dio. Ma c'è un equivoco che andrebbe sciolto: il perdono non consiste nel far finta che non sia successo nulla, nell'ignorare le conseguenze del male, nel sorridere ipocritamente per mandare un messaggio di apertura e di speranza. Si perdona quando si riconosce che l'altro ha un debito di giustizia nei nostri confronti. E comunque il male fatto, detto o pensato ha delle conseguenze, non sparisce nel nulla dopo il perdono. Ce lo insegna il rito della confessione: si apre con l'accusa dei peccati e solo dopo aver mostrato il pentimento e il proposito di non peccare più si riceve l'assoluzione; che non elimina comunque le conseguenze del peccato. I peccati vanno elencati, il male va chiamato con il suo nome; si richiede una assunzione di responsabilità. Senza questo passaggio, possiamo avere solo «resilienza», solo una psicologia positiva per la quale l'importante è «stare bene» e «non lasciarsi abbattere». In fondo, il punto è questo: non siamo stati colti da un temporale improvviso. Siamo giunti a questo punto dopo anni di parole vuote, di «inclusione» senza verità né responsabilità, di voti che servono a non ferire nessuno, d
Emerge la verità sul sangue delle tre suore uccise in Burundi
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8480 [https://www.bastabugie.it/8480] EMERGE LA VERITA' SUL SANGUE DELLE 3 SUORE UCCISE IN BURUNDI Dopo anni di silenzi e depistaggi, un'inchiesta riapre il caso tra responsabilità della polizia segreta e l'ombra inquietante di un sacrificio umano di Paola Belletti Un vero e proprio cold case internazionale, questo, che si è riaperto con una svolta inaspettata grazie alla coraggiosa inchiesta realizzata dalla giornalista freelance Giusy Baioni, autrice del libro Nel cuore dei misteri. Inchiesta sull'uccisione di tre missionarie nel Burundi delle impunità. Pubblicato nel 2022 e frutto di accurate ricerche iniziate immediatamente dopo l'assassinio delle tre missionarie saveriane e portate avanti in un contesto pericoloso, ha spinto la Procura di Parma, città natale delle tre vittime, a riaprire il caso. Siamo così arrivati all'arresto, ieri mattina, del cittadino burundese Guillaume Harushimana, 50 anni, gravemente indiziato per il triplice omicidio di suor Olga Raschietti (83 anni), suor Lucia Pulici 79) e suor Bernadetta Boggian (75) della congregazione delle Missionarie di Maria Saveriane, brutalmente uccise nel quartiere Kamenge di Bujumbura, sede della loro missione, il 7 e l'8 settembre del 2014. Come riporta il comunicato della Procura della Repubblica di Parma, «le prime due furono uccise colpendole con un oggetto contundente e con un taglio alla gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014, mentre la terza (che era fuori sede durante il primo delitto) fu decapitata la notte seguente, riponendone poi il capo reciso accanto al corpo». La giornalista ha effettuato interviste e ricognizioni molto accurate sul campo, ricostruendo la complessa vicenda fino a scoprire il coinvolgimento della stessa polizia segreta burundese; il che spiega per esempio come mai sia potuto avvenire l'omicidio per decapitazione della terza religiosa sempre nello stesso luogo, il giorno dopo l'assassinio delle altre due consorelle, sotto gli occhi nient'affatto vigili delle forze dell'ordine messe a presidiare la missione. Dal quadro investigativo «è emerso un clima di vero e proprio terrore che si viveva in Burundi, collegato alla circostanza che i protagonisti della vicenda sarebbero tutti a vario titolo collegabili alla Polizia segreta del Burundi, dalle cui fila sarebbero provenuti ideatori, organizzatori, esecutori del triplice omicidio». Oltre alla altrimenti inspiegabile libertà per gli assassini di perpetrare il terzo omicidio, si annovera l'arresto di un malato psichico del quartiere scelto come facile capro espiatorio, l'incendio della sede di una emittente radiofonica colpevole di aver trasmesso un'intervista di due autodenunciatisi complici, l'uccisione di diverse persone coinvolte, tra cui il mandante, il generale Adolphe Nshimirimana e molti altri potenziali testimoni dell'accaduto. IPOTESI SUL MOVENTE: IL SACRIFICIO PROPIZIATORIO Ideatori, organizzatori ed esecutori materiali degli omicidi sarebbero dunque tutti legati alla Polizia segreta del Burundi. Tra di essi pare sia stato proprio il generale capo della stessa polizia, il generale Nshimirimana, a dare l'ordine di uccidere le tre suore. Ma il movente? Oltre alle dichiarazioni del generale che parlava di una sorta di punizione per il loro rifiuto di prestare assistenza sanitaria alle milizie, emerge un'altra ipotesi, più inquietante e probabilmente anche assai più credibile (quali suore, quali cristiani in genere, se sono tali, si rifiuterebbero di curare un ferito per la sua appartenenza politica o ideologica?): la triplice esecuzione delle tre religiose saveriane avrebbe «un movente di tipo esoterico-sacrificale, poiché il Generale Nshimirimana avrebbe chiesto un rito propiziatorio (pratica diffusa in certa cultura burundese) come buon auspicio per la sua candidatura a Presidente della Repubblica (ciò potrebbe spiegare anche le modalità esecutive brutali dell'omicidio». Il Burundi, come altri paesi della regione dei laghi africani, mantiene un sostrato religioso di tipo animista, spesso parallelo a cristianesimo e islamismo, perché più antico e ancestrale e prevede pratiche sacrificali perché gli spiriti diano pioggia, guarigione, ricchezze. Non è dunque da escludere che lo scopo di queste uccisioni sia stato proprio quello di accontentare o quietare uno spirito affinché questi ripagasse con un successo politico. Lo dichiarava anche un'altra consacrata saveriana, suor Teresina Caffi, che ha affermato, come si legge su Avvenire: «Da allora (dall'incendio della radio che aveva trasmesso le testimonianze di due complici, Ndr) sono emerse ragioni di varia natura che avrebbero portato a quello che, per la modalità di esecuzione e l'identità delle vittime, pare un atto satanico propiziatorio per guadagnare potere». IL PRINCIPE DI QUESTO MONDO STA PER ESSERE CACCIATO Che fossero donne consacrate della Chiesa cattolica, dunque, non sarebbe un dettaglio trascurabile, ma un attributo decisivo per chi avrebbe commissionato la strage. È sicuramente importante che le indagini facciano il loro corso e che i colpevoli siano assicurati alla giustizia, ed è senza dubbio encomiabile il lavoro svolto dalla giornalista Giusy Baioni; ma dal punto di vista della fede è altrettanto importante considerare il valore supremo di quello che potrebbe essere considerato un martirio secondo la visione cristiana. Uccise secondo logiche pagane, hanno invece visto la loro morte entrare nella logica del tutto nuova e definitiva del sacrificio di Cristo, quello che è venuto a portare la vita in abbondanza offrendo Sé stesso per la salvezza di molti. Dopo la passione di Cristo nessun sacrificio è mai più lo stesso perché il solo sacrificio davvero gradito a Dio è il sangue versato dall'Innocente venuto a spezzare la catena del peccato e a invertire per sempre il movimento tra creatura e Creatore: è Lui che si è vestito di noi e ha fatto nuove tutte le cose. Nemmeno un triplice omicidio compiuto da poveri, forse ignari peccatori che lo hanno offerto al principe decaduto di questo mondo, satana, sfugge alla Sua misericordia. Nella lotta continua - ma non senza fine - tra il Bene e il male a cui assistiamo anche oggi, il sacrificio dei giusti, uniti al solo Giusto, continua a riversare misteriosamente benefici a favore di tutti, soffocando il male che ruggisce e spaventa, ma che ha già perso la battaglia, e lo sa. La morte di queste anziane religiose dunque non mostra solo il lato oscuro e raccapricciante della crudeltà umana e della malizia spirituale del Maligno, ma apre uno squarcio di luce sulla bellezza paradossale dell'amore cristiano, unica notizia degna di restare in prima pagina fino alla fine della storia.
Habermas alla ricerca di un fondamento
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8482 [https://www.bastabugie.it/8482] HABERMAS, ALLA RICERCA DI UN FONDAMENTO PER L'ETICA PUBBLICA di Stefano Fontana Sabato scorso 14 marzo è morto a Stamberg, in Baviera, il filosofo Jürgen Habermas. Aveva 96 anni. Tutte le agenzie lo ricordano come il più grande filosofo contemporaneo della Germania e come l'erede della Scuola di Francoforte. La prima valutazione è forse eccessiva, perché si riferisce prevalentemente alla sua presenza nel dibattito delle idee - continua e massiccia - più che alla qualità teoretica del suo pensiero. La seconda è forse diventata ormai uno schema fisso che non rende piena ragione ad un impegno filosofico e sociologico di così lunga e articolata durata. Habermas era in effetti diventato un "monumento" e come tale sembra che oggi venga ricordato. Egli fu un illuminista kantiano e tale rimase fino alla fine, pur con delle importanti variazioni su cui sarà utile soffermarsi. Influì sul movimento studentesco, come del resto gli altri componenti della Scuola di Francoforte, ma ponendo in guardia dai facili trasbordi ideologici. È stato il campione della sinistra liberal della Germania e dell'Europa che però ha cercato di moderare e indirizzare tramite un uso equilibrato e dialogico della ragione. Ha condiviso le linee portanti della modernità filosofica tutte fondate sul "principio di immanenza", vale a dire sulla priorità delle strutture della coscienza rispetto alla realtà e quindi sul soggettivismo borghese, aprendosi però a dialogare con i "comunitaristi" come Charles Taylor i quali, soprattutto dopo la riscoperta di Aristotele attuata da Alasdair McIntyre, avevano invece tentato di superare quell'individualismo. UN ILLUMINISTA KANTIANO Habermas, da buon illuminista kantiano, fu sempre contrario alla metafisica, e in ciò rimase pienamente legato alla modernità teoretica. Fu contrario alla metafisica che possiamo chiamare classica, ma anche a quella dello storicismo hegeliano. Il suo kantismo si fermava a Kant e non si evolveva nell'hegelismo e nelle altre forme di storicismo. Da Kant egli prendeva anche i principali spunti per le sue riflessioni politiche. Anche per lui l'ambito politico era il luogo ove trovavano un ordinamento e una regola i diversi interessi degli individui. In ciò Habermas rimase sempre un liberale. Non riteneva che lo spazio pubblico avesse dei valori propri che lo Stato dovesse garantire, ma pensava che lo Stato fosse solo un arbitro o un vigile che regola la circolazione in modo da evitare incidenti. Le aperture al comunitarismo a cui si è accennato sopra non indicano il cedimento verso qualche bene pubblico che preceda il confronto razionale tra i cittadini, perché il bene per lui era proprio questo confronto razionale. Egli fu talmente contrario alla metafisica da ritenere che perfino le "categorie" dell'intelletto di cui parlava Kant fossero residui inutili di un atteggiamento metafisico. Non ammetteva che la nostra intelligenza avesse in se stessa delle modalità conoscitive a priori, né che questo ci permettesse di vedere tutti lo stesso mondo dei fenomeni. Trovava questo impianto kantiano della conoscenza troppo rigido e pretenzioso. Non che con ciò Habermas pensasse che noi vediamo mondi diversi, solo riteneva che questa idea di vedere lo stesso mondo dovesse essere presupposta come condizione della convivenza e non dimostrata, nemmeno alla maniera di Kant. Questa critica al Maestro permise ad Habermas di coltivare un più vivo senso della storia di quanto il razionalismo kantiano permettesse, senza tuttavia uscire dal razionalismo. TEORIA DELL'ETICA PUBBLICA Habermas trasformò il razionalismo kantiano nella sua teoria dell'etica pubblica intesa come aperto dibattito, senza limiti e costrizioni. Sul presupposto che vediamo tutti lo stesso mondo si fonda la possibilità di parlare tra di noi, si fonda in altre parole l'etica pubblica. Egli dedicò grandi energie a studiare la formazione dell'opinione pubblica e a definire i termini di un "agire comunicativo", incentrando la sua attenzione soprattutto sul linguaggio. Per spazio pubblico egli intendeva uno spazio comunitario al quale tutti dovessero partecipare pariteticamente, senza che esistessero divieti di sorta o selezioni preventive. Questa era la sua concezione della democrazia, una specie di "dentro tutti", che lo spinse a criticare le ideologie assolutiste ma lo tenne anche prigioniero del relativismo e della convenzione. Il suo dibattito pubblico aperto a tutti, o almeno alla maggioranza, non garantisce con ciò alcune verità e bontà oggettive alle sue conclusioni. Questo esito critico del suo pensiero fu forse percepito anche dallo stesso Habermas, quando estese i presupposti del dialogo pubblico anche al concetto di "natura umana". Questo concetto era completamente estraneo alla tradizione dell'illuminismo e di quello kantiano in particolare, perché era di ordine metafisico. Ci fu però un periodo del pensiero di Habermas nel quale egli si confrontò sulle problematiche inquietanti della biopolitica, della tecnologia genetica e dell'ingegneria tesa a riprogettare artificialmente l'uomo. Egli pensò allora che bisognasse presupporre l'esistenza della natura umana per evitare l'anarchia dei discorsi nello spazio pubblico. È evidente, comunque, che anche tale presupposto non sarebbe altro che un patto convenzionale, privo di uno statuto superiore e vincolante rispetto al normale dibattito in corso. La cosa interessante in Habermas è questo bisogno - rimasto inevaso - di trovare per la democrazia qualcosa di cui essa aveva bisogno ma che non riusciva a darsi da sé. Era in fondo, la stessa richiesta di Ernst-Wolfgang Böckenförde: lo Stato liberale ha bisogno di presupposti che non sa darsi da sé. Sulla scia di questa esigenza Habermas partecipò nel 2004 al famoso incontro pubblico a Monaco di Baviera con Joseph Ratzinger, il quale gli propose di intendere questo bisogno come il bisogno della religione vera. Qui il discorso si faceva spirituale oltre che filosofico. Speriamo che allora Habermas, in qualche maniera, avesse accolto lo spunto.
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