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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8613 [https://www.bastabugie.it/8613] IL CONCERTO DI ULTIMO BATTE IL RECORD DI VASCO ROSSI di Federica Di Vito Quello di Ultimo, il concerto che ha riunito 250 mila persone a Tor Vergata e ha "rubato" il primato al Modena Park di Vasco del 2017 con 225mila spettatori, è destinato a fare la storia. E dall'annuncio del "Giubileo" per i cinquant'anni di carriera di Vasco è bastata appena mezz'ora per far esaurire 550 mila biglietti. Sono dati questi, che dicono qualcosa sul panorama musicale contemporaneo e non solo. Ieri Il Foglio, in un'analisi del fenomeno, ha parlato di quanto la magnitudo della partecipazione a un concerto lo consacri a una sorta di «nuova religione dei record» dove l'unità di misura è «la dimensione di un evento sempre a caccia di eccezionalità». Per un artista giovane come Ultimo riempire uno stadio è la definizione stessa di successo, mentre per un veterano come Vasco, lo stadio è un modello di rito collettivo consolidato dagli anni Ottanta. L'industria del live ha trasformato il concerto nella «basilare voce di bilancio per un artista»: con lo streaming che «paga in pochi centesimi», la strategia delle residency (molteplici date nella stessa città, Vasco ha in programma dieci concerti all'Olimpico nel giugno 2027) permette di produrre notizie basate sui numeri. Il titolo che conta diventa così il numero di biglietti venduti nel minor lasso di tempo possibile, più di qualsiasi nuova uscita discografica. COMUNITÀ, TRASCENDENZA, TRASFORMAZIONE Accanto a questa tendenza è interessante rilevare un certo parallelismo tra il concerto e l'atto liturgico. A ragionare in questi termini è stato Tom Neal, professore di Teologia presso il Seminario di Notre Dame a New Orleans. Il mega evento moderno funziona come una liturgia laica basata su tre pilastri fondamentali: comunità, trascendenza e trasformazione. Comunità, perché proprio come la liturgia unisce i fedeli in un'esperienza di relazione con il divino, il concerto unisce i fan attraverso la bellezza e l'energia della musica. I partecipanti sono uniti da una fede comune nel messaggio dell'artista, che agisce come una sorta di "celebrante": «I bravi artisti ti fanno sentire di comprendere il tuo mondo in modo personale e intimo e, con la loro autenticità, ti permettono di entrare nel loro. Il concerto diventa una forma di comunione e dona a coloro che si sentono soli al mondo un senso di appartenenza». Trascendenza, perché il mega evento porta lo spettatore oltre se stesso, fuori dalla quotidianità mondana (quello che i greci chiamavano ek-stasis). Artisti come Vasco Rossi o i performer che dominano i grandi palchi - da Cremonini a Ligabue - appaiono come figure «larger-than-life», talmente straordinarie da creare un mondo di immaginazione e significato fuori dalla realtà. Trasformazione, perché chi esce da un grande evento ne esce cambiato. La saturazione dei sensi, stimolati tra luci, suoni e vibrazioni, permette alla musica di penetrare in profondità, influenzando l'identità e la percezione della realtà dello spettatore. Il maxischermo al concerto di Ultimo riportava la citazione biblica: «Beati gli ultimi, perché saranno i primi». A fine concerto Niccolò Moriconi - in arte Ultimo - affidava un grido liberatorio al pubblico: «Ho fatto pace con tutti, con tutto». E chissà quanti fan desiderosi di fare pace con la vita, con se stessi e con gli altri cantavano a squarciagola, finalmente compresi. Il megaevento diventa un occasione catartica tanto per chi lo "celebra" quanto per chi vi partecipa. Un vero e proprio popolo che si riconosce nelle parole delle canzoni dell'artista trentenne: «La generazione Ultimo ha trovato nel cantautore una voce che fa eco al proprio mondo interiore, svela le sue paure senza giudicarle, accoglie le fragilità di cui non ha senso vergognarsi», spiega il giornalista Mattia Marzi che a Il popolo di Ultimo ci ha dedicato anche un libro. SOLO IL VANGELO PUÒ RISPONDERE L'anno scorso un milione di ragazzi ha pregato in silenzio insieme al Papa per il Giubileo dei Giovani. La stessa spianata quest'anno ha accolto 250 mila fan provenienti da tutta Italia e non solo in una sorte di "pellegrinaggio laico" alla sequela del cantautore romano. Che siano alla ricerca della stessa cosa? Più di un giornale mainstream ha accostato con tono canzonatorio i fan di Ultimo ai papa boys definendo il megaevento di Tor Vergata come «un rito di venerazione collettiva» alla sequela di un «santino pregiato della iconografia del riscatto» che concederebbe al proprio pubblico «un lasciapassare per la lagna». Al di là delle critiche sterili - a ben vedere da parte degli stessi che celebravano la vittoria di Mahmood al Sanremo 2019 sancita dalla giuria contro il televoto che scelse Ultimo - da parte nostra è quasi doveroso leggere questa partecipazione di massa come un segno dei tempi. «Essere giovani oggi è tremendo», confessava Ultimo in un'intervista al Corriere un paio di anni fa, «sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e nessuno che vada in chiesa. In tv non c'è una buona notizia. Guerre. Bombe. I giovani sono anestetizzati. Fermi. Aspettano un domani che non arriva e non arriverà». Eppure, questi sono gli stessi giovani - e meno giovani - che si mettono in fila per chilometri, non solo per una canzone, ma alla disperata ricerca di un senso che possa "svoltare" una vita piatta. Che lo chiedano al Papa o a un idolo pop, noi sappiamo che la risposta è la stessa. Perché il bisogno odierno di comprensione e riscatto è lo stesso di chi cercava la salvezza sfiorando il mantello di Cristo. Quella "Buona Notizia" che tutti aspettano tra le luci dei riflettori è un annuncio che non può rimanere confinato all'ombra. L'implorazione di senso sta risuonando anche nelle adunate oceaniche dei concerti. Sta alla Chiesa e a ogni singolo credente riconoscere che in quel grido si nascondono le stesse domande a cui solo il Vangelo può rispondere.
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