Bernard Moitessier. La Fionda.
Era il 23 agosto 1968. Bernard Moitessier lasciò Plymouth a bordo di Joshua — un ketch di acciaio, dodici metri, solo una bussola e un sestante — e scomparve verso sud. Nessuna radio. Nessun modo di comunicare con il mondo se non lanciando messaggi con una fionda sul ponte delle navi di passaggio. Stava partecipando al Golden Globe, la prima regata in solitario attorno al globo.
Davanti a lui: un giro del mondo in solitario senza scalo. La prima volta nella storia.
Non era il favorito sulla carta. Ma era il più preparato nel modo che conta — quello che non si misura con i dati tecnici. Moitessier conosceva il mare come si conosce una lingua madre. Ci era nato dentro, praticamente. Figlio dell’Indocina francese, cresciuto nel Golfo del Siam tra pescatori e piroghe, aveva già perso due barche su scogli lontanissimi e ogni volta era ripartito. Il mare non era il suo sport. Era la sua grammatica.
Partirono in nove. Arrivò uno solo, Robin Knox-Johnston, il britannico, che vinse per default. Perché Moitessier, che era in testa, decise di non arrivare.
Sette mesi in mare. Questo è il numero che bisogna tenere in testa per capire quello che successe dopo.
Oceano Segreto è il podcast delle avventure in Oceano di Roberto Franzoni. 👇
Sette mesi senza terra sotto i piedi. Senza una voce umana, senza un volto, senza un rumore che non fosse il vento, l’acqua, la barca. Joshua scendeva verso il Sud, doppiava i tre grandi capi: Buona Speranza, Leeuwin, Horn e Moitessier stava lì, da solo, a governare, a leggere il mare, a dormire poche ore per volta svegliandosi ogni venti minuti per controllare la rotta.
La solitudine in quelle latitudini non è quella della stanza vuota. È qualcosa di fisico, atmosferico. I Quaranta Ruggenti e i Cinquanta Urlanti non sono nomi poetici — sono zone dove il vento soffia senza interruzione perché non c’è terra che lo fermi, dove le onde arrivano dall’altra parte del mondo e si accumulano in pareti d’acqua alte venti metri. Nessun porto a meno di migliaia di miglia. Nessun soccorso possibile.
Eppure Moitessier scrisse nel suo diario di bordo qualcosa che nessuno si aspettava: che era felice. Che la solitudine non lo pesava ma lo alleggeriva. Che in quei mesi in mezzo all’oceano aveva trovato qualcosa che a terra non riusciva nemmeno a cercare.
“C’erano solo Joshua e io nel mondo. Il resto non esisteva, non era mai esistito.”
Non era misantropia. Era la scoperta che certe cose si vedono solo quando il rumore smette. E il rumore del mondo — le aspettative, i contratti, le opinioni degli altri, la pressione di essere qualcuno — smette davvero solo in mezzo all’oceano, quando sei a settecento miglia dalla costa più vicina e l’unica cosa che conta è tenere la rotta.
Doppiato Capo Horn, mancavano poche settimane all’arrivo. La Francia lo aspettava. Una flotta di barche era già pronta a scortarlo lungo la Manica. La Legion d’Onore. I giornali. Le fotografie. Il ritorno del navigatore solitario trasformato in eroe nazionale.
Moitessier ci pensò. Scrisse nel diario: “partire da Plymouth per tornare a Plymouth sembra partire dal nulla per tornare al nulla.” Non era il punto di arrivo che lo respingeva. Era quello che l’arrivo portava con sé. La gloria, la pubblicità, il dover diventare l’eroe che gli altri avevano già deciso che fosse.
Vide una nave cargo di passaggio. Si avvicinò con Joshua, caricò la fionda, e lanciò un contenitore di pellicola sul ponte. Dentro c’era un messaggio indirizzato al Sunday Times, l’organizzatore della gara.
“Continuo verso il Pacifico perché sono felice in mare, e forse per salvare la mia anima.”
Poi girò la prua verso est. E continuò.
Non vinse la gara. Non tornò in Francia. Navigò per altri tre mesi, attraversò di nuovo l’Oceano Pacifico, fino al Capo Leeuwin, doppiandolo una seconda volta, e arrivò a Tahiti il 21 giugno 1969 — dopo dieci mesi in mare, senza mai toccare terra.
Il mondo dello sport non sapeva come classificarlo. Aveva abbandonato la gara. Tecnicamente era un ritiro. Ma aveva completato un giro e mezzo del mondo in solitario senza scalo — qualcosa che nessuno aveva mai fatto e che nessuno avrebbe fatto per anni. Aveva vinto qualcosa che non aveva un nome.
Chi ha girato la prua verso est ne conosceva uno che l’aveva fatto prima di tutti. 👇
Quello che Moitessier rifiutò è esattamente quello che lo yachting moderno insegue. La classifica, la visibilità, il titolo. I superyacht di oggi hanno equipaggi di trenta persone, cucine stellate, stabilizzatori che eliminano il rollio. La barca come estensione del potere, del successo, dell’identità sociale. Niente di sbagliato in questo — ognuno sceglie il suo mare.
Ma Joshua aveva l’acciaio nudo, nessun comfort, una fionda come unico strumento di comunicazione col mondo. E il suo proprietario, dopo sette mesi da solo nell’oceano più violento della terra, aveva capito una cosa sola: non voleva smettere.
“Voglio dimenticare completamente la terra, le sue città crudeli, le sue folle cieche e la sua sete di un ritmo di esistenza senza senso.”
La fionda è ancora il gesto più radicale che il mare abbia mai ispirato. Non la traversata, non la tempesta doppiata, non il record. Il gesto di chi aveva la vittoria in mano e la lasciò andare perché valeva meno di quello che aveva trovato al suo posto.
Il Pacifico è ancora lì. E da qualche parte, in mezzo all’oceano, c’è ancora qualcuno che capisce cosa voleva dire Moitessier.
by Andrea Baracco
Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove.
Le avventure in mare si possono vivere anche in altro modo. 👇
Questo episodio è disponibile anche in Inglese 👇
This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com [https://yachtlounge.substack.com?utm_medium=podcast&utm_campaign=CTA_1]