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The Yacht Lounge Podcast

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Yacht Lounge explores stories behind yachts, luxury objects, and style choices through immersive audio interpretations. An independent podcast by Roberto Franzoni & Andrea Baracco, offering authentic insights beyond commercial logic. Learn more and subscribe for free at yachtlounge.substack.com yachtlounge.substack.com

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23 Folgen

Episode Philippe Starck: genio o illusionista? Cover

Philippe Starck: genio o illusionista?

Philippe Starck ha venduto l’idea più redditizia del nostro tempo: che il gusto sia democratico. L’ha fatto con uno spremiagrumi che non spreme granché, con una moto che nessuno ha veramente guidato e con uno yacht da 143 metri che è fondamentalmente un affronto galleggiante al resto del pianeta. Il tutto firmato, naturalmente. Perché senza firma è solo roba strana. La verità è che Starck non vende oggetti. Vende un rito di appartenenza. Compri lo spremiagrumi e diventi designer-cittadino, uno di quelli che “ha capito”. Compri la moto e indossi l’icona di un fallimento commerciale come se fosse una medaglia. Compri lo yacht — beh, se compri lo yacht sei già il protagonista di un’opera cinematografica privata di cui sei anche l’unico spettatore. Il designer ha semplicemente costruito il copione. Il culto: quando il design è una religione con il suo profeta La ricetta di Starck ha un solo ingrediente dichiarato: il design deve “migliorare la vita di tutti”. Suona bene. Suona molto bene. Suona esattamente come il tipo di frase che si dice a un TED Talk prima di tornare in studio a disegnare uno scafo a vela per un oligarca che la vita, a giudicare dall’assetto patrimoniale, non ha particolari urgenze di miglioramento. Il paradosso Starck è questo: l’uomo che ha costruito la sua reputazione sulle sedie trasparenti, sui rubinetti scultorei e sui piatti da design è lo stesso che ha consegnato ai super-ricchi i simboli più riconoscibili della loro condizione. Non è una contraddizione. È un modello di business. Con Starck non compri un oggetto, compri un alibi estetico: “ho scelto il design, non il puro denaro”. Il denaro c’è lo stesso, ovviamente, ma ora ha una linea più pulita e un numero di catalogo. Il design starckiano è il logo più caro e più elegante del mondo. Trasforma il sopraffino in un’etichetta morale. E noi, che di questo mondo facciamo parte, lo sappiamo benissimo — il che rende tutto più divertente e appena un po’ inquietante. La Motò 6.5: l’icona della sconfitta L’Aprilia Motò 6.5 è il documento più onesto del catalogo Starck. Un frontale che sembra sopravvissuto a un crash-test con dignità, una carenatura che accoglie il motore come se fosse un reperto da museo, una struttura pensata evidentemente per uno spazio espositivo e non per la Statale 36. Risultato: flop commerciale totale, status di culto immediato. Il mercato l’ha rifiutata, i collezionisti se la sono contesa. Raramente il fallimento è stato così redditizio. Quel frontale strano non è un errore di progettazione. È una firma. È il segno di riconoscimento di chi sa che il suo pubblico non compra per usare, ma per possedere. La carenatura è una scultura che non respira, la motò è bella ma non è fatta per essere capita da chi deve guidarla. Ed è esattamente in questo punto che la Motò 6.5 smette di essere un veicolo e diventa un manifesto: un oggetto che rivendica apertamente il diritto di essere solo icona. Nessuna simulazione di utilità. Nessuna scusa. Il mercato l’ha condannata. La storia del design l’ha canonizzata. Starck, probabilmente, aveva previsto entrambe le cose. Lo yacht: il sacramento finale Se la moto è il momento più sincero, lo yacht è il climax. Sailing Yacht A non è una barca. È un’installazione che naviga, guidata da un armatore che ha pagato per non farsi vedere e, al tempo stesso, per essere riconosciuto da chiunque abbia un binocolo. Questo è il genere di paradosso che solo Starck riesce a rendere architettonicamente coerente. Lo yacht cancella il mare e lo sostituisce con una scenografia privata. Trasforma il capitano in un assistente di regia. Fa del silenzio e dell’invisibilità le ambizioni più estreme e più costose del progetto. Con Sailing Yacht A e Motor Yacht A, Starck ha completato la sua traiettoria: da designer che parlava al mondo a designer che progetta il mondo di qualcuno. E quando il rumore diventa estetica, dove finisce il bello e inizia il brutto? 👇 Un mondo che non ha nulla a che fare con la democratizzazione del gusto, ma ha tutto a che fare con la sua privatizzazione assoluta. Il luogo comune vuole che il design democratizzi. Starck, con i suoi superyacht, ha inventato il design oligarchico: ogni dettaglio un affronto gentile al resto del pianeta. Ma un affronto con una linea molto bella, bisogna riconoscerlo. Devoti o disincantati? La domanda vera non è perché qualcuno compra uno spremiagrumi, una moto o uno yacht disegnati da Starck. La domanda è perché il design sia diventato la copertura più elegante del lusso — e perché funzioni così bene. Starck è il custode di un’illusione necessaria: che il gusto, se firmato nel modo giusto, possa bilanciare la disuguaglianza. O almeno farla sembrare meno volgare. Forse per capire dove siamo finiti, vale la pena tornare da dove siamo partiti. 👇 Noi che parliamo di yachting come cultura — e lo facciamo con cognizione di causa e un certo grado di compiacenza — non possiamo limitarci a glorificare il mito. La moto è un’icona perché ha fallito. Lo spremiagrumi è un’icona perché è diventato cult senza mai essere davvero utile. Lo yacht è un’icona perché è il monumento più silenzioso e più costoso del potere contemporaneo. Se Starck è il profeta di un’era estetica, tocca a noi scegliere: fedeli devoti o disincantati. Yacht Lounge, per statuto, tende alla seconda opzione. Ma ammiriamo comunque la linea dello scafo. by Andrea Baracco Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. 👇 Questo episodio è disponibile anche in Inglese 👇 Starck ha firmato il lusso. Riva lo aveva già inventato. 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com [https://yachtlounge.substack.com?utm_medium=podcast&utm_campaign=CTA_1]

29. Mai 2026 - 21 min
Episode Paul Bowles e 14 Chilometri. Cover

Paul Bowles e 14 Chilometri.

Nel 1931 Gertrude Stein disse a Paul Bowles una sola parola: Tangeri. Non come consiglio. Come se fosse ovvio. Bowles aveva ventun anni. Salì su un piroscafo, attraversò lo stretto di Gibilterra, e non tornò più. Quattordici chilometri d’acqua. Da una parte l’Europa, dall’altra l’Africa. Da una parte il Mediterraneo, dall’altra l’Atlantico. Si attraversa in mezz’ora di traghetto. Eppure è il confine più netto del mondo; cambia la luce, cambia l’aria, cambia il tempo che passa. Bowles lo capì subito. Tangeri non era una destinazione. Era una condizione. Una città che all’epoca esisteva in una zona franca internazionale, governata da nessuno in particolare. Dove le identità scivolavano. Dove un americano poteva diventare qualcos’altro senza che nessuno gli chiedesse spiegazioni. Ci si trasferì definitivamente nel 1947. Con Jane, sua moglie, anche lei scrittrice. Vissero separati ma vicini, ciascuno con la propria vita parallela. Uniti da quella scelta: stare dall’altra parte. Bowles non era un marinaio. Non aveva barche. Il mare, per lui, non era uno spazio da attraversare con competenza tecnica. Era uno spazio da abitare con la mente. Tangeri è una città che guarda il mare su tre lati. Lo senti nell’aria quando gira il vento. Lo senti di notte, nel rumore sordo delle onde contro la medina. Bowles scriveva in quella presenza costante. Il mare era il rumore di fondo dei suoi romanzi. “Nessun posto è lontano. È solo che il cammino per arrivarci è diverso da quello che ti aspettavi.” Il suo romanzo più famoso, Il tè nel deserto, non è un libro sul mare. È un libro sulla dissoluzione. Due americani che attraversano il Sahara e si perdono, uno per uno, in un modo che non torna indietro. Ma quella dissoluzione inizia qui — sullo stretto — nel momento in cui si sceglie di passare dall’altra parte. Lo stretto di Gibilterra lo attraversano ogni anno migliaia di barche. C’è tutta una cultura della traversata atlantica, del rally verso i Caraibi. Si pianifica, si parte, si arriva. Il confine è un waypoint sul chart plotter. Hemingway stava sul mare. Bowles lo guardava dalla riva. Due americani, due fughe, la stessa domanda: cosa succede quando smetti di tornare? 👇 Bowles non aveva un chart plotter. Aveva una valigia e la parola di Gertrude Stein. Attraversò lo stesso specchio d’acqua, ma in modo diverso: senza intenzione di tornare, senza porto di arrivo già prenotato, senza sapere cosa avrebbe trovato dall’altra parte. La domanda che lascia è questa: quando usciamo da un porto, stiamo davvero attraversando qualcosa? O stiamo solo cambiando postazione? C’è differenza tra navigare e spostarsi. Bowles la conosceva bene. “Tangeri è l’unico posto al mondo dove non mi sento straniero. Qui sono straniero per definizione. E questo mi fa sentire a casa.” Morì a Tangeri nel 1999. Aveva ottantotto anni. Non aveva mai smesso di guardare lo stretto dalla finestra del suo appartamento sulla baia. Lo stretto di Gibilterra è ancora lì. Quattordici chilometri. Alcune traversate durano mezz’ora. Altre durano una vita. by Andrea Baracco A Tangeri, tra la Medina e la Kasbah, c’era già il nome di Paul Bowles. Non era di passaggio. Era arrivato nel 1931 e non era mai più ripartito. 👇 Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico. Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. Questo episodio è disponibile anche in Inglese. 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com [https://yachtlounge.substack.com?utm_medium=podcast&utm_campaign=CTA_1]

15. Mai 2026 - 20 min
Episode Jack Sparrow. Rum, mare e libertà. Cover

Jack Sparrow. Rum, mare e libertà.

In sala, mia figlia smise di mangiare i popcorn. Sul 3D c’era Jack Sparrow che camminava quasi danzando su un pennone in fiamme, rum in mano, sorriso di chi aveva già vinto una partita che gli altri non sapevano ancora di stare giocando. Non lo guardò come si guarda un eroe. Lo guardò come si guarda qualcuno che aveva capito qualcosa di fondamentale e non aveva nessuna intenzione di spiegarlo. Aveva ragione lei. Jack Sparrow non è un pirata. O meglio: è il peggior pirata dei Caraibi, come gli ricordano puntualmente tutti quelli che lo circondano. Non comanda una flotta, non accumula oro, non conquista porti. Perde navi, inganna alleati, scappa da situazioni che lui stesso ha creato. Eppure è l’unico in scena che sembra davvero libero. Comincia tutto da come cammina. Non è ubriachezza, o non solo, è qualcosa che somiglia a una danza, un ondeggiare continuo come se il pavimento sotto di lui non fosse mai del tutto fermo. Jack Sparrow non si stabilizza mai perché stabile significa prevedibile, e prevedibile significa catturabile. Ogni passo è una piccola dichiarazione di indipendenza dalla fisica, dalle aspettative, dalle regole di chiunque. Mentre tutti si irrigidiscono — i soldati inglesi nelle loro uniformi, Barbossa con la sua nave e il suo codice piratesco, Will Turner con il suo onore, Jack ondeggia. E sopravvive. C’è un archetipo antico dietro di lui: la simpatica canaglia, quello che semina caos e sopravvive a tutto perché non gioca mai la partita degli altri. Non è il buono, non è il cattivo. È semplicemente altrove. Jack Sparrow è altrove in modo così coerente da sembrare caotico. Ma il caos è il suo metodo, non la sua condizione. Ha sempre tre mosse avanti. Lo capisci tardi, quando la situazione che sembrava disperata si rivela essere esattamente dove voleva arrivare. Il rum non è un vizio è una copertura. L’aria da perso è un’arma. La reputazione da incompetente è il suo asset più prezioso, perché nessuno si protegge da qualcuno che non prende sul serio. “Il problema non è il problema. Il problema è il tuo atteggiamento riguardo al problema.” Jack Sparrow Poi c’è la bussola. Non indica il Nord. Indica quello che desideri di più e Jack spesso non sa nemmeno nominarlo. È lo strumento più onesto del cinema popolare: non promette la direzione giusta, svela solo la direzione vera. E la direzione vera cambia, perché il desiderio cambia, perché Jack cambia, perché la libertà autentica non ha coordinate fisse. Il Black Pearl completa il quadro. In un personaggio che tradisce tutti senza rimpianti: alleati, nemici, se stesso quando conviene, la nave è l’unica fedeltà. Non alla sicurezza, non al potere. Alla possibilità di muoversi. La nave più veloce dei Caraibi non serve ad arrivare prima da qualche parte. Serve a non essere fermati. E se la libertà fosse un’altra cosa? Corto Maltese ti aspetta. 👇 Ecco la differenza con tutti gli altri pirati sullo schermo: loro vogliono qualcosa. Oro, potere, vendetta, redenzione. Jack vuole restare in gioco. Non vincere ma restare in gioco. È una distinzione che sembra piccola e invece è enorme. Chi vuole vincere prima o poi perde. Chi vuole restare in gioco trova sempre un altro giro. Il mare, per lui, non è un orizzonte filosofico. Non è la ricerca di sé, non è la malinconia di chi appartiene a nessun posto. È un campo da gioco. Enorme, pericoloso, totalmente indifferente alle sue fortune. E proprio per questo perfetto: un mare indifferente non ti giudica, non ti premia, non ti punisce. Ti lascia giocare. C’è un prezzo, ovviamente. Sotto il cappello, il rum, la battuta sempre pronta, c’è qualcosa che assomiglia alla solitudine, non alla tristezza, ma a quella condizione specifica di chi ha scelto di non appartenere a niente e ogni tanto sente il peso di quella scelta. Jack lo paga. Lo paga volentieri, e senza farne un dramma. Questa è forse la cosa più piratesca di lui. Non la nave, non il rum, non la reputazione. La capacità di guardare il caos, quello che ha creato lui, quello che gli è caduto addosso e trovarlo, tutto sommato, divertente. by Andrea Baracco Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico. Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. Questo episodio è disponibile anche in Inglese 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com [https://yachtlounge.substack.com?utm_medium=podcast&utm_campaign=CTA_1]

1. Mai 2026 - 16 min
Episode Sale, vento e libertà: Corto Maltese. Cover

Sale, vento e libertà: Corto Maltese.

“Non sono un eroe, mi piace viaggiare e non amo le regole.” Corto Maltese si presenta così, con la nonchalance di chi non deve niente a nessuno. Figlio di un marinaio della Cornovaglia e di una gitana di Gibilterra, apolide per nascita e per scelta, cinico per difesa e generoso per natura. Hugo Pratt lo disegna sempre in movimento, mai a casa, perché una casa non ce l’ha. Non è un eroe. È qualcosa di più difficile da definire: un uomo che ha scelto il sale sulla pelle come unica vera appartenenza. Hugo Pratt lo disegna per la prima volta nel 1967, in un’epoca in cui l’Italia inizia appena a muoversi: il boom economico, le prime auto, le prime vacanze. Ma Corto non è un uomo del boom. È il contrario esatto: nessuna proprietà, nessuna carriera, nessun progetto a lungo termine. Si muove tra Venezia, l’Amazzonia, la Siberia, il Pacifico, con la stessa disinvoltura con cui altri cambiano ufficio. Non accumula, non costruisce, non arriva da nessuna parte. Sceglie il mare perché è l’unico spazio dove le regole degli altri non si applicano. Questo è il nucleo del mito. Non l’avventura, non l’esotico, non il fascino vagamente piratesco. Il nucleo è la sottrazione: Corto è libero perché ha tolto, non perché ha aggiunto. È una figura profondamente anti-moderna in un’epoca in cui la modernità si misurava già in termini di possesso e crescita. Eppure questo personaggio: anarchico, nomade, sostanzialmente nullatenente, è diventato l’icona di riferimento per un mondo, quello dello yachting, che si fonda esattamente sul possesso. Lo yacht è un asset. Costa, si mantiene, si assicura, si ormeggia, si vende. Come si concilia tutto questo con Corto? La risposta onesta è: non si concilia. E forse è proprio questa la domanda che vale la pena portarsi in mare. “All’orizzonte ci sarebbe stata sempre un’altra isola. Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.” Hugo Pratt, Una ballata del mare salato C’è un momento preciso in cui la barca ha smesso di essere uno strumento per andare altrove ed è diventata un posto dove stare. Difficile dire quando è successo esattamente; forse quando i marina hanno iniziato ad assomigliare a condomini sul mare, forse quando il termine “vivere la barca” ha cominciato a significare cucina attrezzata, cabina armadio e connessione stabile. La barca oggi è spesso un’estensione dell’appartamento. Più confortevole, certo. Più bella, probabilmente. Ma fondamentalmente ferma. Anche quando è in movimento. Corto Maltese non aveva comfort. Aveva il sale sulla pelle, il disagio del mare aperto, la fame vera di scoprire cosa c’era oltre l’orizzonte. Il viaggio per lui non era una cornice, era il contenuto. Non si tratta di nostalgia per una navigazione spartana, si tratta di chiedersi cosa cerchiamo davvero quando usciamo dal porto. Se cerchiamo un altro salotto o cerchiamo qualcosa che non sappiamo ancora nominare. Quella cosa senza nome è esattamente quello che Pratt ha disegnato per trent’anni. E continua a parlarci perché, in fondo, lo cerchiamo ancora. C’è chi quella scelta l’ha fatta davvero. Per un lungo periodo, una barca è stata l’unica casa: niente porto fisso, niente indirizzo, solo mare e rotta. Lo abbiamo raccontato in Oceano Segreto, undici episodi in cui l’orizzonte di Corto smette di essere un fumetto e diventa un diario di bordo. Se non l’hai ancora letta, è da qui che si parte. 👇 by Andrea Baracco Oceano Segreto è anche un podcast 👇 Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico. Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. Questo episodio è disponibile anche in Inglese. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com [https://yachtlounge.substack.com?utm_medium=podcast&utm_campaign=CTA_1]

17. Apr. 2026 - 16 min
Episode L'orizzonte. È una scelta. Cover

L'orizzonte. È una scelta.

C’è una scena ne Il Laureato che non ha bisogno di essere spiegata a nessuno. Benjamin sul materassino, occhiali da sole, il sole californiano che picchia, il rumore ovattato della festa dei genitori fuori campo. È immobile. Non sta riposando, sta resistendo. Quella piscina è un mare addomesticato. Misurato, clorato, recintato. Uno spazio che assomiglia alla libertà ma ne è il simulacro perfetto. Benjamin galleggia in un futuro che qualcun altro ha già disegnato per lui, e quella immobilità non è pace, è la forma fisica della resa. I fenici non avevano questa scusa. Tremila anni fa, sulla sponda orientale del Mediterraneo, qualcuno ha guardato l’acqua e ha deciso di attraversarla. Senza sapere cosa ci fosse dall’altra parte. Senza GPS, senza meteo, senza la certezza di tornare. Cartagine, Cadice, le colonne d’Ercole ogni volta che spingevano oltre, il mondo conosciuto finiva e cominciava qualcos’altro. Lo sapevano. Sono partiti lo stesso. Non erano eroi, erano persone che avevano capito una cosa semplice e scomoda: che restare sulla riva ha un costo. E quel costo si chiama non sapere mai. C’è chi quell’orizzonte lo ha vissuto davvero, non in una piscina californiana, ma su una costa del Connecticut, a quarantanove anime di distanza dal resto del mondo. 👇 Il mare non ha mai promesso niente a nessuno. Non ha corsie, non ha indicazioni, non ha destinazioni garantite. Quello che offre è più raro e più difficile da accettare: libertà vera, quella che non viene consegnata da altri ma conquistata ogni volta che si molla un ormeggio. Là fuori il rumore del mondo si abbassa, le certezze costruite a terra cominciano a sembrare quello che sono — convenzioni, abitudini, pigrizia travestita da saggezza. Chi ha navigato davvero sa di cosa parliamo. Non serve spiegarlo, lo si riconosce nello sguardo. Alla fine del film, Benjamin prende la sua Spider rossa e parte. Non sa dove sta andando e il film ha l’onestà brutale di non dircelo. Nessuna destinazione, nessun piano, nessuna rete di sicurezza. Solo il motore acceso e una direzione. È il momento più vero dell’intero film, non perché sia romantico, ma perché è l’unico in cui Benjamin smette di subire e comincia a scegliere. Anche la Route 66 finisce davanti all’oceano. Non è un caso. 👇 La piscina o il mare aperto. La riva o l’orizzonte. Sono sempre la stessa scelta, in fondo quella tra il mondo controllato che qualcun altro ha costruito per te e quello sconosciuto che puoi costruire da solo. I fenici l’hanno fatta tremila anni fa. Benjamin l’ha fatta nel 1967. La domanda è sempre la stessa, e non invecchia mai. Hai il coraggio di farla tu? by Andrea Baracco Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico. Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. Questo episodio è disponibile anche in Inglese 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com [https://yachtlounge.substack.com?utm_medium=podcast&utm_campaign=CTA_1]

3. Apr. 2026 - 9 min
Super gut, sehr abwechslungsreich Podimo kann man nur weiterempfehlen
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Ich liebe Podcasts, Hörbücher u. -spiele, Dokus usw. Hier habe ich genügend Auswahl. Macht 👍 weiter so

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